La ricerca del Santo Graal di Amato

Se leggete le interviste dei vari leader di partito sull’attuale momento politico, vi accorgerete di non aver capito niente. E non siete i soli. L’ultimo monumento a questo smarrimento di massa è l’intervista di Giuliano Amato rilasciata ieri a Repubblica. L’ex numero due del partito di Bettino Craxi lancia il suo grido di dolore. Avanza, dice, l’onda populista e dell’antipolitica che può travolgere la democrazia italiana. Sono dieci anni che questo «tifone» soffia sul nostro Paese con venti a duecento chilometri l’ora, ed Amato se ne accorge solo ora. Complimenti! Amato finalmente scopre che il sistema politico italiano sta implodendo e che il governo, di cui fa parte, si sta avvitando sotto una salva di fischi per una Finanziaria stupida e dispotica. La cosa più grave, però, non è la sua presa d’atto tardiva. È la sua idea che a tutto questo si può porre rimedio con il Partito democratico, l’araba fenice di una stagione politica alla frutta.
Questo Partito democratico, secondo Amato, dovrebbe svolgere «una funzione storica in attesa che arrivi un nuovo soggetto politico» (sic!). Ancora complimenti. Ma se non è un soggetto politico, cosa mai sarà allora il Partito democratico? I suoi corifei, da Fassino a Rutelli, sanno solo dire dei no. Non moriremo socialisti, non siamo più democristiani, non vogliamo essere liberali, ci dicono ogni giorno. Insomma, chi siete? È possibile che in Europa gli italiani siano i soli ad avere trovato il Santo Graal della nuova giovinezza, cancellando tutte le identità politiche che governano il Vecchio Continente? Tutti sanno che non è vero, ma nessuno lo dice.
Il lessico nuovo, come si sa, è magico, mentre le vecchie etichette sanno di stantio. Ed è così che il Paese si sta consumando. Nella sua intervista Amato, inoltre, non affronta il cuore del problema italiano, e cioè quel sistema maggioritario che ha rotto lo specchio della società italiana, mandandola letteralmente in frantumi. Una legge elettorale proporzionale con una soglia di sbarramento darebbe all’Italia un sistema con non più di cinque o sei partiti, ciascuno dei quali collegato alle grandi famiglie politiche europee. E in un libero Parlamento si formerebbero le alleanze necessarie per tirare il Paese fuori dalle secche. Amato è persona culturalmente attrezzata e non può non sapere che non è possibile scambiare un’identità politica con un «programmismo» da centro studi, perché il Paese non tiene.
Lo sta dimostrando in maniera drammatica l’attuale governo, che pure è nato sulla base di ben 300 pagine di programma. Siamo, ad esempio, l’unico Paese occidentale ad avere un presidente del Consiglio senza un suo partito. Altrove, i Blair, le Merkel, gli Zapatero e tutti quanti gli altri sono primi ministri perché capi del maggiore partito del loro Paese. E le loro società, infatti, non sono andate in frantumi. Di tutto ciò dovrebbe rendersi conto anche quell’intreccio tra finanza e informazione che in questi anni, in sintonia con alcuni circoli culturali americani, ha ritenuto di dover abbattere il primato della politica cancellando le sue radici e sostituendolo con l’oscuro potere dell'élite economico-finanziaria, senza rendersi conto che così il Paese andava alla rovina. E il tempo che ci resta, adesso, è davvero poco.