Alla ricerca del suono perfetto

Tradotto in italiano &quot;Piano solo&quot; di Perri Knize. Viaggio sentimentale nel mondo del pianismo, tra accordature perfette, boschi incantati e concerti indimenticabili<br />

Il pianoforte (ma il discorso vale anche per tutti gli strumenti a tastiera) offre al musicista un suono preconfezionato. Insomma chi ci mette le mani sopra non deve «costruire» il suono, come avviene per fiati e archi. Quindi dà l’illusione, soprattutto ai principianti, di un suono limpido e sicuro. Squillante e deciso. Poi, il fatto che le due mani corrano su due chiavi diverse (violino e basso) e che la mente del pianista debba essere tanto malleabile e allenata da affrontare una doppia lettura, rende lo strumento altrettanto - se non più - difficile degli altri. Ma questa è un’altra storia.

Qui vogliamo raccontare di un’ossessione. Quella per la purezza del suono dalla quale una pianista dilettante si è sentita avvinghiata. Il suo nome è Perri Knize. Americana, classe 1962, giornalista free lance specializzata in temi ambientali, la Knize ha messo su carta una parte della sua vita, trasformandola in un libro che racconta di un amore assoluto per il pianoforte, inteso non semplicemente come strumento utile per produrre musica, ma come scrigno potenziale del suono perfetto.

Figlia di un concertista, la Knize è cresciuta a pane e Mozart e il suo orecchio ha avuto modo di crescere con i dovuti stimoli. Ma la vita, si sa, ci porta dove vuole lei. E così, solo a quarant’anni suonati, la Knize riappoggia le dita sulle tastiere di un pianoforte. A scoccare la freccia di questo nuovo amore è stato l’ascolto di Rubinstein alle prese con un valzer di Chopin. Imparare a suonare diventa il suo nuovo obiettivo, magari nelle poche ore libere lasciate dal lavoro e dalla famiglia. Il talento e i geni di famiglia le fanno bruciare tutte le tappe dei dilettanti. In pochi anni riesce ad affrontare partiture complesse come quelle di Schubert e Rachmaninov. Ma siamo ancora lontani dai sentimenti di orgoglio e benessere che un simile «successo» dovrebbe comportare. E tutto ciò è dovuto al fatto che la «giovane» pianista non riesce a trovare il «suo» pianoforte. Quello con cui entrare il sintonia perfetta. L’unico adatto ad aiutarla a tirar fuori dalle sue dita il suono perfetto. Ciò che si racconta in Piano solo (Elliot edizioni, p. 508, 19,50 euro) è appunto la ricerca del pianoforte perfetto, l’unico in grado di dare al pianista dall’orecchio sensibile quel suono che normalmente è solo capace di sognare e immaginare e che la quasi totalità delle persone non è e non sarà mai in grado di cogliere anche se lo sentisse.

La casa editrice romana che l’ha pubblicato lo presenta come un romanzo. E in effetti è scritto seguendo le regole di un testo di memorie che non rinuncia a descrizioni struggenti, alla presentazione meticolosa dei «personaggi» e a dialoghi serrati. Se, però, tutti i «romanzi» fossero così dettagliati nel fornire informazioni preziose e digressioni colte su qualsiasi argomento e con un’esposizione accurata e ben organizzata non esisterebbe più la saggistica e i più sapienti sarebbero coloro che vivono solo di romanzi («pane» solo per servette, agli albori del genere, come insegna la Pameladi Richardson). Il libro - pubblicato inizialmente dalla Simon & Schuster e adesso nelle librerie italiane grazie alla traduzione di Giovanna Scocchera e Manuela Francescon - offre informazioni davvero preziose a tutti coloro che si vogliono avvicinare al pianismo. Non solo si scopre tutto sulla dinamica del suono e sulla tecnologia sottesa a un buon pianoforte. L’autrice fornisce anche utili indicazioni sulla fisica del suono e sulle differenze (per i profani assolutamente trascurabili) tra intonazione e accordatura di un piano. E tutto l’arcobaleno di sfumature che divide il timbro dall’armonia di un singolo suono.

Certo viene facile pensare, dopo la lettura di questo saggio-romanzo, che se ognuno di noi dovesse passare tutte le avventure e i sacrifici, le indagini, i viaggi e i sopralluoghi, affrontati dall’autrice, i produttori di pianoforti fallirebbero entro breve tempo. La Knize ha infatti impiegato anni, come racconta nel libro, non solo a trovare il piano giusto (cercandolo in lungo e in largo per tutti gli Stati Uniti) ma ha passato altrettanto tempo a cercare sul suo piano l’accordatura e l’intonazione perfetta («Acquistare un piano è come andare a un appuntamento, possederlo è come essere sposati»). Risultano ghiotte, poi, le indicazioni che smontano i luoghi comuni sui grandi pianisti. Non sono loro i veri maniaci del suono. Al contrario. Tranne poche eccezioni (come il celeberrimo Alfred Brendel), gli esecutori di grido si adattano più facilmente, in fondo è uno strumento di lavoro. Del quale sono inevitabilmente schiavi. «Sono i principianti - sostiene Steve Brady, uno dei più geniali accordatori interpellato dalla Knize - ad appassionarsi di più a cose come l’intonazione. I concertisti, in fondo, sono abituati a suonare qualsiasi pezzo di legno gli mettano davanti».

Altrettanto ghiotte, poi, le indicazioni sulla produzione mondiale dei pianoforti. Dati alla mano, la Knize ci avverte che la globalizzazione ha colpito anche questo piccolo mondo. Accanto a marchi prestigiosi (Fazioli, Grotrian Steinweg, Bösendord e Steinway) si fanno spazio adesso i temutissimi cinesi con pianoforti perfetti quanto economici. La Knize non si limita, però, a fornire dati. Porta il lettore non solo nelle più blasonate «fucine» austriache e tedesche ma anche a spasso per i boschi dove vengono «cresciuti» gli alberi utilizzati per la cassa armonica (per la cronaca i migliori sono abeti che crescono nell’Europa centrale a un’altitudine di 1300 metri e dove il suolo ha una pendenza ottimale del 25%). Alla fine ciò che resta al lettore è la consapovolezza che l’amore per la musica può portare ben oltre la lettura esatta di uno spartito, fino al cuore stesso dell’armonia delle cose.