Ricerche fino in Romania Quei 20 mesi di false piste

L’ipotesi di un rapimento, i sospetti sui genitori e parenti. Poi l’idea dell’omicidio

da Gravina

Li hanno cercati dappertutto, tra le case di parenti, tra le baracche ai bordi del paese, fino in Romania. È il cinque giugno del 2006 quando Francesco e Salvatore Pappalardi, due fratellini di 13 e di 11 anni, scompaiono nel nulla. Persi, dispersi, uccisi, rapiti. Ipotesi che aprono gli scenari peggiori. Dalla loro casa a Gravina a Bari partono gli appelli della mamma, «Tornate a casa vi prego». Al grido di dolore si unisce anche il padre Filippo Pappalardi che dalle telecamere promette: «Tornate presto e non vi preoccupate, non vi faremo nulla».
I genitori sono separati, i bambini vivono con il padre, un uomo violento, già denunciato dalla ex moglie per molestie sessuali nei confronti della figlia. Si pensa subito a una marachella, i bambini, forse, vogliono attirare l’attenzione sulla loro situazione familiare difficile, una condizione di degrado. Una pista, quella della fuga volontaria, che dieci giorni dopo iniziava già a perdere peso. Gli inquirenti spostano l’attenzione sulla madre dei bimbi, partono gli interrogatori. Per ore vengono ascoltati i genitori e il convivente della donna. Il 3 luglio del 2006 il pm Antonino Lupo parte per verificare la «pista romena», basata sull’ipotesi che una donna romena amica della madre possa averli aiutati a raggiungere la Romania. Il Papa Benedetto XVI fa sapere di «seguire con viva trepidazione la vicenda».
La pista romena non sembra produrre risultati, il 17 luglio la questura di Bari diffonde il fotogramma dell’ultimo «avvistamento» di Francesco, ripreso alle 18 del 5 giugno dalla telecamera a circuito chiuso all’esterno di una banca del centro di Gravina, vicino alla casa del padre. Per giorni, i cani da salvataggio delle forze di polizia controllano inutilmente discariche abusive, casolari e grotte. Il 6 settembre il padre dei bambini riceve un’informazione di garanzia per sequestro di persona.
Gli investigatori cercano con il luminol in casa e sui veicoli del padre e ispezionano con il georadar appezzamenti di terreno nella sua disponibilità. In una lettera alla Gazzetta del Mezzogiorno, il sindaco di Gravina sostiene che i due fratellini «sono vivi e in buona salute» e sono stati portati in Romania.
Intanto il Tribunale per i minorenni di Bari dispone il trasferimento in una comunità protetta della sorella adolescente e della mamma dei fratellini. Lo stesso provvedimento sospende la patria potestà sulla 15enne al papà Filippo Pappalardi. A marzo, dopo una segnalazione, si scava senza esito nei terreni vicini all’abitazione della mamma dei bambini, a Santeramo in Colle. A maggio è ancora il padre a essere sottoposto a un lunghissimo interrogatorio nella questura di Bari. Si iniziano a perdere le speranze, si inizia cioè a temere che per i fratellini di Gravina le speranze di ritrovarli vivi affievoliscono. «A questo punto credo che i bambini siano morti. Umanamente mi posso augurare che siano vivi, ma dal punto di vista inquirente vi dico di credere che siano morti», dice il procuratore della Repubblica di Bari, Emilio Marzano nell’ottobre scorso. È il 27 novembre quando scattano le manette per Filippo Pappalardi, con l’accusa di aver ucciso i suoi due figli, averne occultato i cadaveri e aver tentato di sviare le indagini. L’uomo si professa innocente.Il 13 dicembre il riesame conferma che il padre di Ciccio e Tore deve restare in carcere.