Le ricerche di Tommy in mano a una maga

Andrea Acquarone

nostro inviato a Parma

Si teme il peggio quando i sommozzatori si tuffano nel fiume Magra. Il cielo è plumbeo come il colore dell'acqua che, scura e limacciosa, non si lascia guardare dentro. Ci sono tutti, vigili del fuoco, protezione civile, carabinieri. Stanno cercando il piccolo Tommaso, questo piccino di diciassette mesi, rubato alla sua famiglia da due settimane. Era il 2 marzo, un giovedì. E ora lo cercano in Lunigiana, vicino a Pontremoli, in un lembo di terra che, ai piedi dell'Appennino, si incunea tra Emilia e Toscana, 250 metri sopra il livello del mare. Si dragano i fondali, si chiude la diga a monte e si cerca un cadavere.
Eppure un sorriso rompe tanta disperazione, un sorriso amaro che però vuole essere di speranza di fronte a qualcosa che oggi assume i contorni del ridicolo. A fare le indagini non ci sono più «solo» carabinieri, poliziotti dello Sco di Roma, specialisti del Ris, locale squadra mobile, magistrati di Parma e i loro colleghi della Dda di Bologna. Adesso ci sono pure i maghi. Non è una burla: a mettere in piedi l'ennesima sceneggiata di questa indagine che giorno dopo giorno sembra incancrenirsi senza più cure, ieri è stata una veggente. Si chiama Costantina Comotari e al telefono, seduta nella sua casa milanese, indicava a uno spaesato maresciallo dell'Arma i posti dove andare a controllare. «Sentiva», la paranormale, la voce del piccolo Tommaso venire dal fiume. Erano le 11,30 quando i carabinieri, i sommozzatori, gli esperti di rafting hanno cominciato a scendere lungo le rive.
Giù, sempre più giù, fino al momento in cui il maresciallo Cossu si sente dire dalla donna: «Ecco sento un concentrato di energia. Voi siete adesso sul punto in cui il Magra converge con il Teglia? Ecco, Tommaso è lì, è nel punto in cui il fiume Magra riceve le acque dal Teglia».
Dirà più tardi il comandante dei carabinieri Alberto Ciervo: «Ci ha dato indicazioni lì per lì sconcertanti. Ci ha dato persino la profondità del fiume in un determinato punto. Tre metri ha detto - sottolinea il comandante -. Cosa dovevamo fare? Eravamo scettici, ma il magistrato di Parma ha autorizzato. E comunque in casi come questo mai lasciare niente di intentato». Risultato, nulla. L'Italia intera, quella dei papà e delle mamme, ma anche dei ragazzi e dei pensionati, tira un sospiro di sollievo. Poi si ferma e riflette, domandandosi un po' incredula: possibile che la realtà non sia come in tv? La Squadra della fiction vince sempre, i Ris delle investigazioni ultrasofisticate ci azzeccano con le loro magie tecnologiche. Perché stavolta non funziona? Perché questo bimbo malato d'epilessia ancora non torna?
Gli investigatori non dormono dal giorno di questo suo strano rapimento, «quasi - come ammette tormentato il questore di Parma -, si sentono in colpa per ore trascorse senza averlo ancora liberato». A Bologna la pm Lucia Musti, interroga test vari e presunti sospetti preparando gli atti del giorno dopo. Confidando stanca: «Non sono più padrona del mio tempo. Lavoriamo, lavoriamo. Dobbiamo trovare Tommy».
Così, mentre un'altra maga - ricordate quella Maria Rosa Busi che aiutò i sub a recuperare lo scorso settembre il corpo di una ragazza scomparsa a Lecco? - giura di avere «sentito» che Tommaso è ancora vivo, a Parma gli investigatori si danno in pasto alle telecamere. Ripetendo lo spettacolo di due giorni fa, quando sigillarono, perquisendola con incredibile ritardo, la villetta, con annessi e connessi, di Casalbaroncolo. Il nuovo teatro ieri era la famosa cantina di via Jacchia, quella che, secondo gli inquirenti, Paolo Onofri aveva adibito a rifugio dei suoi inconfessabili piaceri. Ne escono con valige e scatoloni, ennesimo sequestro, dopo così tanto tempo, di materiale «utile». Persino le cianfrusaglie diventano importanti.
Di notte, invece, i poliziotti vanno a «battere» i night sparsi tra Parma e Reggio Emilia, anche i locali degli scambisti. A tutti chiedono se il papà del bimbo rapito fosse loro cliente. O addirittura socio. Insomma continuano a cercare la spiegazione a un sequestro senza senso, e a loro teoremi, scavando nella vita del direttore delle Poste. Ci sarebbe anche un'impronta, lasciata da un piede sporco di fango, trovata in un punto della casa che non combacia con il suo racconto circa le fasi del sequestro. Ma in quella casa sono entrate decine e decine di persone. Giornalisti compresi.
Andrea Acquarone