La «ricetta» di Benedetto XVI: «Nuovi leader in Terrasanta»

RomaIl Papa spera che dalle prossime scadenze elettorali in Israele e nei Territori «emergano dirigenti capaci di far avanzare con determinazione» il processo di pace, mentre ribadisce che «la violenza, da qualunque parte essa provenga, va condannata fermamente». Lo ha detto ieri mattina nel tradizionale discorso per gli auguri al corpo diplomatico accreditato presso la Santa Sede, con il quale Benedetto XVI ha tracciato la fotografia delle emergenze mondiali.
Parlando della Terrasanta, «dove, in questi giorni, assistiamo ad una recrudescenza di violenza che provoca danni e immense sofferenze alle popolazioni civili», il Papa ha affermato che la guerra in corso «complica ancora la ricerca di una via d’uscita dal conflitto tra israeliani e palestinesi, vivamente desiderata da molti di essi e dal mondo intero». Ha ripetuto che «l’opzione militare non è una soluzione e che la violenza, da qualunque parte essa provenga e qualsiasi forma assuma, va condannata fermamente», chiedendo che, «con l’impegno determinante della comunità internazionale, la tregua nella Striscia di Gaza sia rimessa in vigore» per «ridare condizioni di vita accettabili alla popolazione» e per rilanciare «i negoziati di pace rinunciando all’odio, alle provocazioni e all’uso delle armi». Poi Benedetto XVI ha auspicato che dalle urne – elezioni sono programmate in Israele ma si attendono anche nei Territori palestinesi – escano vincitori non i falchi, ma le colombe: «È molto importante che, in occasione delle scadenze elettorali cruciali che interesseranno molti abitanti della regione nei prossimi mesi, emergano dirigenti capaci di far avanzare con determinazione questo processo e di guidare i loro popoli verso la difficile ma indispensabile riconciliazione». Una riconciliazione che, secondo la Santa Sede, sarà possibile soltanto attraverso «un approccio globale ai problemi di quei Paesi, nel rispetto delle aspirazioni e degli interessi legittimi di tutte le popolazioni coinvolte».
Il Pontefice ha chiesto anche «un sostegno convinto al dialogo tra Israele e la Siria» e, per il Libano, l’appoggio al consolidamento «in atto delle istituzioni»; ha incoraggiato gli iracheni «a voltare pagina per guardare al futuro, per costruirlo senza discriminazioni di razza, di etnia o di religione». Mentre ha auspicato per l’Iran «una soluzione negoziata alla controversia sul programma nucleare», che «favorirebbe grandemente la distensione regionale e mondiale».
Filo conduttore del discorso è stata la povertà, sia materiale che morale. Benedetto XVI ha parlato con preoccupazione dei «sintomi di una crisi che emergono nel settore del disarmo e della non proliferazione nucleare», ricordando che «la spesa militare sottrae enormi risorse umane e materiali per i progetti di sviluppo». Per costruire la pace, ha spiegato, «occorre ridare speranza ai poveri», citando la difficile congiuntura internazionale: «Come non pensare a tante persone e famiglie colpite dalle difficoltà e dalle incertezze che l’attuale crisi finanziaria ed economica ha causato a livello mondiale? Come non evocare la crisi alimentare e il surriscaldamento climatico, che rendono ancora più arduo l’accesso al cibo e all’acqua per gli abitanti delle regioni più povere del pianeta?».
Ratzinger ha quindi ricordato «le discriminazioni e i gravissimi attacchi di cui sono stati vittima migliaia di cristiani», affermando che è «nella povertà morale che simili abusi affondano le loro radici» e manifestando solidarietà ai cristiani perseguitati in Irak e India. Ma ha anche chiesto che nel mondo occidentale «non si coltivino pregiudizi o ostilità contro i cristiani, semplicemente perché, su certe questioni, la loro voce dissente». Il Papa, che fra tre mesi vi si recherà, ha poi parlato dell’Africa, in particolare dei bambini che «vivono il dramma dei rifugiati» in Somalia, nel Darfour e nella Repubblica democratica del Congo». E ha infine ricordato che «gli esseri umani più poveri sono i bambini non ancora nati».