La ricetta di Bonanni: «Stipendi degli statali legati alla produttività»

Con il disegno di legge firmato dal ministro Nicolais anche chi patteggia perderà il posto

da Roma

Dei «giochetti» che non servono a niente. Un modo sbagliato di affrontare i problemi perché parte da un particolare, quello delle burocrazie, e non arriva alla vera emergenza del Paese che è la crescita. Il segretario generale della Cisl, Raffaele Bonanni, boccia le aperture di Guglielmo Epifani sulla mobilità degli statali. E non si interessa tanto nemmeno agli incentivi proposti dal ministro Nicolais. Il suo sospetto è che siano modi per non affrontare il patto per la produttività. Ma sul pubblico impiego non chiude nessuna porta. Anzi, rilancia proponendo di legare i salari pubblici alla produttività che va misurata a livello locale o di singolo ente. Una ricetta molto simile alla riforma dei contratti che la Cisl ha proposto per il privato, scontrandosi con il veto della Cgil.
Il leader della Cgil e il governo sembrano aver preso di petto la questione del pubblico impiego. È sorpreso?
«Se continuiamo a passare di polemica in polemica non caveremo un ragno da un buco. È vero che questo continuo stillicidio di proposte e questa caccia alle streghe ci irrita, ma solo perché così si crea confusione e non quel clima positivo che è indispensabile per cambiare realmente le cose. Nessuno si scordi che l’obiettivo di tutti deve essere la crescita. E il pubblico impiego è solo un tassello di questo mosaico».
È un messaggio che manda al vertice di Caserta?
«Certamente. Noi chiediamo impegno per le infrastrutture. Visto che la situazione dei conti non è così drammatica, utilizzino le nuove risorse per le opere e anche per incentivare accordi tra le parti che facciano aumentare la competitività delle imprese e i redditi dei lavoratori. Poi servono nuove regole di concorrenza perché in Italia ci sono state false liberalizzazioni e privatizzazioni che sono state un disastro. E in questi casi nessuno si è sognato di cercare i colpevoli. Ecco, le polemiche sul pubblico impiego mi sembrano un modo per sfuggire ai nodi veri che sono questi. Prodi lo sa che la Cisl è aperta a tutte le proposte, anche quelle più innovative. Ora ci risponda».
Siete disposti a innovazioni radicali anche sul pubblico impiego, magari concessioni sulla mobilità?
«Non abbiamo nessuna preclusione. L’importante è che tutto sia inserito all’interno di una proposta complessiva, di un vero e proprio piano industriale. Va benissimo che si assumano i precari e che si mandino dove c’è carenza di organico. Però, come succede nelle aziende, ci si siede attorno ad un tavolo e si decide, perché il lavoratore non può rimetterci. Se la mobilità avviene all’interno della stessa città non ci sono problemi, basta salvaguardare carriera e stipendio. Ma per noi le questioni fondamentali non sono queste».
Quali allora?
«La formazione continua, che è un obbligo per i privati, ma non esiste per i dipendenti pubblici, la separazione delle funzioni della tecnostruttura dalla politica e poi, soprattutto, la produttività. Anche nel pubblico va premiato il merito con stipendi legati alla produttività».
Non è difficile misurare il lavoro pubblico?
«E invece è molto più facile che nel privato. Per fare un esempio, si possono contare i certificati o le carte d’identità rilasciate. Se poi si sviluppasse l’informatizzazione e si estendesse la banda larga tutto sarebbe ancora più trasparente. Senza contare che si potrebbe fare realmente la lotta all’evasione fiscale».
Per il lavoro privato la Cisl propone di rafforzare i contratti territoriali o aziendali. Può valere anche per il pubblico?
«Quando parlo di produttività è proprio a questo che mi riferisco. Perché è soprattutto a livello di territorio o del singolo ente che si può misurare la produzione e quindi si possono decidere gli stipendi che, nel caso dei dipendenti pubblici, è bene ricordarlo, non superano la media dei 1.200 euro».
Perché questa battaglia della Cisl per tenere la politica fuori dalla pubblica amministrazione?
«È una battaglia che cominciammo negli anni Novanta. Ultimamente la politica è entrata ancora di più nella macchina dello Stato: più consulenze e uno spoils system senza criterio. A Prodi chiederemo con forza di riseparare le funzioni, perché se la politica entra nell’amministrazione non può che piegarla ai suoi interessi di parte».
E se l’amministrazione non è efficiente?
«Allora qualcuno deve rispondere, ma non nel modo proposto da Ichino. La licenziabilità c’è già e spetta al management applicarla. Se non lo fanno allora deve veramente intervenire la politica».
Perché non si parla più del patto per la produttività proposto da Confindustria e al quale avevate aderito?
«Io sospetto che le polemiche come quella sui dipendenti pubblici servano proprio a sfuggire a quell’appuntamento. Se dobbiamo proprio litigare facciamolo su questioni rilevanti».