La ricetta di Cairo «Meno stranieri torniamo ai vivai»

Intervista al presidente del Torino: «Gli italiani in campo dovrebbero essere almeno 6. E il tetto degli stipendi toglierebbe potere ai giocatori»

Marcello Zacchè

Chi crede che la Fortuna, nel calcio, conti né poco né punto, o è un alieno o non ha mai conosciuto uno dei suoi protagonisti. E non ha idea del rigore che richiedono gli auspici. Prendiamo uno come Urbano Cairo. Che il sabato mattina, quando gioca in casa, deve fare i 135 chilometri della Milano-Torino per andare a vedere le partite del suo Toro. Un viaggio che ha i suoi obblighi: si comincia alle 10, dal Caffè Leonardo di via Aurelio Saffi, dietro casa sua a Milano. Non sono ammesse variazioni. Va da sé che poi la strada sia sempre la stessa, l’autista della Audi 6 lo sa bene. Anche lui è lo stesso e sa altrettanto bene che, a 500 metri dall’area di servizio di Villarboit nord, più o meno a metà strada, bisogna chiedere se sia il caso di fermarsi. Certo che sì, per un altro rito-caffè. Ormai lo aspettano. Poi via verso l’Air Palace di Leinì, albergo a 12 chilometri a nord della città dove Cairo incontra l’allenatore De Biasi, il ds Salvatori, e pranza chiedendo se Stellone, finalmente, giochi oppure no. Anche il vestito è sempre lo stesso, come Galliani? «No quello no. L’importante è non parlare troppo prima della partita».
Il nuovo presidente-padrone del Torino Fc vive un novembre di fuoco con la sua Cairo Communication, che controlla altre due Cairo company (Pubblicità ed Editore) e la Giorgio Mondadori. In edicola è appena sbarcato il suo ultimo settimanale: Diva e Donna, diretto da Silvana Giacobini. Dopo i successi sorprendenti di Dipiù e DipiùTv, lanciati l’anno scorso da Sandro Mayer (vendono rispettivamente 850 e 700mila copie), i concorrenti temono la novità al punto che hanno mandato in edicola le loro testate nonostante lo sciopero dei giornalisti.
Tutto per paura di Urbano Cairo.
«Direi che non è poco».
Ora tocca a Cairo Libri, vero? Che libri saranno?
«Una casa editrice libraria è in cantiere, sotto la guida di Gianni Vallardi, ma il brand sarà lo stesso dei periodici, cioè Cairo Editore. Il primo titolo arriverà nel 2006. E faremo di tutto: dalla narrativa alla saggistica, alla manualistica, allo sport».
Quando ha preso il Torino ha detto che gli avrebbe dedicato il 50% del suo tempo, nonostante contasse solo il 5% del fatturato.
«Ora mi devo correggere. Quando sono entrato, il 2 settembre, era così. In 7 giorni ho preso 10 giocatori, ho messo su la squadra, il settore giovanile, la campagna abbonamenti. Adesso è diverso: diciamo che il tempo che dedico al Toro è il 30%. L’ho sottratto al mio tempo libero, ridotto quasi a zero».
Le hanno fatto proposte per Genoa, Bologna. Chi glielo ha fatto fare?
«Capisco che questo sia un gesto un po’ irrazionale, visto che la società avrà certamente delle perdite. Ma ho investito parte del mio patrimonio personale nella squadra per cui tifiamo io e la mia famiglia».
Be’, qualche ritorno ci sarà. Personaggi come Zamparini, Spinelli o Corioni fanno i presidenti di professione.
«Credo che Zamparini sia andato da Venezia a Palermo per avere un grande club in una grande città. Spinelli ha probabilmente interessi economici nelle città di mare. Per me è diverso: nel calcio non ci sarà altro che il Torino».
È stato suo assistente e dipendente per 15 anni: prima di rilevare il Toro ha chiesto consiglio a Berlusconi?
«No, ma dopo mi ha chiamato lui per complimentarsi».
Pensa a un futuro impegno in politica?
«Direi proprio di no, la mia attività di imprenditore mi assorbe del tutto».
Berlusconi le ha mai fatto un’offerta?
«No, non me l’ha mai chiesto... Ma poi è proprio sicuro che mi candiderei per Forza Italia?».
Dove vuole arrivare con il Torino?
«Non dirò molto, per scaramanzia. Il Toro non ha tifosi solo in città o in Piemonte. A differenza di molte squadre di A abbiamo un tifo distribuito in tutta Italia. Con 19.256 abbonati siamo settimi tra A, B e C dietro a Milan, Inter, Roma, Palermo, Fiorentina e Juve. Ci meritiamo una squadra all’altezza».
Si dice che dall’anno prossimo, con il Delle Alpi fuori uso, giocherete al Comunale e prenderete il Filadelfia. Pensa a un quartiere Toro?
«Far rivivere il Filadelfia sarebbe un sogno, ma l’impianto non è nella mia disponibilità. Il Comunale è del comune, ma spero che ne parleremo presto e, se troviamo un accordo, potremmo poi subaffittarlo anche alla Juve».
Quindi giocherete in serie A, tra le prime.
«I miei obiettivi sono sempre ambiziosi. Ma meglio fare che dire».
Dicono che stia pensando a lanciare un quotidiano. Potrebbe essere sportivo?
«Non ci penso neanche lontanamente, non c’è lo spazio. Un quotidiano generalista invece sì, dove lo sport sia senz’altro una componente fondamentale, con molta cronaca e pochissima politica. Trovo che gli attuali quotidiani ne abbiamo veramente troppa».
Cosa aspetta?
«Il direttore. Non ho ancora trovato quello che mi presenti il progetto giusto».
Due o tre cose che Cairo fa se diventa il capo del calcio italiano.
«Il calcio ha un numero di persone al seguito superiore a qualunque altra attività in Italia. Sono più dei 5 milioni di lettori di quotidiani, per esempio. Allora non ha senso che un prodotto così attraente abbia bilanci così disastrati. Non dico che bisogna guadagnarci. Ma di certo non perderci. Troppo ruota intorno ai giocatori? Può essere. Ma anche il cinema ruota intorno agli attori, eppure guadagna. Allora ci vuole un riequilibrio che potrebbe partire dal salary cap, cioè un tetto alla quota dei ricavi destinabile agli stipendi. Secondo punto: ci vuole un limite al numero degli stranieri in campo, non più di 5 su 11. Poi investiamo nei vivai. Sa come vanno le nostre squadre giovanili? Su 10 campionati, in 7 siamo primi. E terzi nella Primavera».
Dica di Galliani.
«Grandi capacità di mediazione e grande intenditore di calcio».
Giraudo.
«Ha lavorato molto bene nella sua società».
Tra Juve e Milan c’è la Grosse Koalition?
«Non so. So che in 14 anni hanno vinto sei volte a testa. Segno che hanno i migliori modelli societari».
Dica di Moratti.
«Grande signore e grande tifoso, ha avuto meno di quello che meritava».
Della Valle.
«Sta cominciando a raccogliere i frutti di tre anni di lavoro. Anche un imprenditore bravo come lui ci ha messo un po’ di tempo, nel calcio».
Ci metterebbe la firma?
«Non metto la firma su niente: me la voglio giocare».