La ricetta catalana

Ricapitoliamo. Il governo Prodi in pochi giorni ha regolarizzato di fatto circa 350mila clandestini già presenti in Italia, ha varato un decreto che facilita il ricongiungimento familiare e che permetterà agli stranieri di portare nel nostro Paese non solo mogli e figli, ma anche genitori e nonni; infine ha presentato un indulto che farà uscire subito dal carcere 12mila detenuti, molti dei quali immigrati. Dunque, prepariamoci: nel giro di pochi mesi, se non di poche settimane, la società italiana sarà chiamata ad accogliere un numero enorme di extracomunitari, che peraltro è destinato a moltiplicarsi rapidamente perché, come dimostra l’esperienza, ogni Paese che abbassa il livello di protezione si trasforma in un magnete. Quanti? Due milioni solo con i ricongiungimenti.
Una piccola, grande invasione è alle porte. Ed è inevitabile porsi una domanda semplice, di buon senso, eppure trascurata da tutti: l’Italia è pronta ad accoglierli? E, soprattutto, come pensiamo di integrarli? Chi si occupa di immigrazione sa che assimilare gli stranieri è, oltre che necessario, possibile, ma a una condizione: che chi trova ospitalità oltre a beneficiare di diritti sovente generosi, sia indotto a osservare determinati doveri. Nulla di particolare, sia chiaro: l’ossequio delle norme civiche correnti, l’accettazione della parità uomo-donna, l’ambientamento dei propri familiari nel tessuto sociale, l’apprendimento della nostra lingua. Siamo tolleranti, noi italiani, più di altri popoli europei, e non è difficile inserirsi nelle nostre comunità.
Ma per esigere il rispetto delle regole occorre che qualcuno le insegni. E che poi ne verifichi l’applicazione. I Paesi che storicamente riescono a integrare con successo gli immigrati sono quelli caratterizzati da un elevato senso civico, in cui le pressioni sociali sono tali da indurre gli stranieri ad osservare spontaneamente le norme di comportamento correnti, a sforzarsi di non sentirsi diversi. È così in Svizzera o negli Stati Uniti. C’è un dovere, sociale, che viene immediatamente recepito da chi arriva nel Paese: chi lo accetta riesce a inserirsi rapidamente, chi lo rifiuta di solito se ne va. Ma in Italia no; il nostro è il Paese dei non-doveri. Chi si occupa di integrare gli stranieri? Pochissimi volontari, praticamente nessuno. Risultato: i clandestini arrivano da noi e istintivamente tendono ad applicare le proprie consuetudini.
A Milano come a Roma, nelle zone abitate da extracomunitari accade sempre più frequentemente che i marciapiedi siano ostruiti da rifiuti ingombranti. Stanno lì, per giorni, fino a quando un vicino o il vigile di quartiere, non chiama il servizio di nettezza urbana. Pensano, quegli stranieri, che di tanto in tanto passi un camion a ritirarli e dunque ogni volta che hanno qualcosa da buttare lo lasciano di fronte a casa. Non c’è malevolenza, semplicemente ignoranza delle regole. Perché nessuno, le regole, gliele ha mai spiegate.
Ma a forza di non insegnarle aumenta il degrado e con esso le incomprensioni con i residenti italiani. Non mi riferisco ai problemi più noti e più gravi, come la criminalità comune o lo spaccio, ma ai tanti piccoli episodi - dalla spazzatura al rispetto delle norme condominiali all’uso dello spazio pubblico - che caratterizzano il clima sociale nella vita quotidiana. Noi non capiamo, loro nemmeno. Certi quartieri «invasi» dagli immigrati si svuotano di italiani. Cresce la disistima, che con il tempo si trasforma in odio. Se non interveniamo in tempo la nostra società è destinata a lacerarsi in fratture etniche sempre più profonde. «Scontri di civiltà in casa nostra», li ha definiti ieri sul Corriere della Sera Angelo Panebianco, invitando ad adottare una politica più intelligente.
Ha ragione Panebianco. Cambiare si può, anche quando - contrariamente a Stati Uniti e Svizzera - non si ha grande esperienza in materia di integrazione. Lo dimostra Barcellona dove nel Duemila gli immigrati rappresentavano il 2,9% della popolazione e ora oggi sono l’11,3%. Eppure la capitale della Catalogna è riuscita ad assorbirli. Nessun miracolo, nessuna formula magica. Solo una politica estremamente pragmatica, elaborata sul territorio che valorizza gli stranieri ma non transige nella difesa dei diritti e dell’identità dei catalani. Accoglienza e rigore. Questa è la via. Ma Prodi lo sa?
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