La ricetta di Fini: "I senatori a vita non siano decisivi"

Il leader di An: l’esecutivo deve essere autosufficiente, su Prodi vedo accanimento terapeutico

Roma - Il governo Prodi non può riproporsi in Parlamento con la stampella dei senatori a vita. Gianfranco Fini lo dice chiaro e tondo a Giorgio Napolitano e lo ripete ai giornalisti, alla fine del colloquio al Quirinale con il capo dello Stato.
«L'Italia ha bisogno - afferma il leader di An - di un governo che sia guidato da una maggioranza politicamente coesa e numericamente autosufficiente». Vuol dire che a Palazzo Madama deve poter contare sui voti «unicamente dei senatori eletti», 158 per l’esattezza. Fini spiega di non contestare il diritto dei senatori a vita di votare, ma aggiunge che non possono essere determinanti per la sopravvivenza di un governo. Non lo dice anche, da costituzionalista, un Ds come Luciano Violante? «I senatori a vita - ricorda il numero uno della destra - non possono e non devono rispondere ad alcun patto politico o vincolo di programma, ma possono e devono esprimere un voto solo in base alle proprie valutazioni personali, alla loro coscienza».
Prima di salire sul Colle, Fini incontra Silvio Berlusconi a Palazzo Grazioli, per concordare con il leader di Forza Italia una linea unitaria da sostenere nelle consultazioni: no al reincarico a Prodi e andare avanti per piccoli passi lasciando all’Unione l’iniziativa. Un colloquio anche per superare le tensioni della sera prima, quando si è detto che il Cavaliere chiedesse le elezioni anticipate perché così voleva la base. Non era questo l’accordo di mercoledì con il presidente di An e Fini ha replicato duramente che una classe dirigente deve decidere su ciò che «è realisticamente possibile», senza farsi trascinare dalla base. Circolava la voce che ieri volesse andare al Quirinale senza vedere prima Berlusconi, invece il chiarimento c’è stato e sul Colle il leader azzurro ha precisato di non riconoscere come sue le frasi attribuitegli riguardo alle elezioni.
Al Tg1 della sera Fini spiega che nella Cdl non c’è «nessuna distinzione sostanziale». A lui, come a Berlusconi, piacerebbe votare domani ma, dice, «non sarà così facile». Infatti, «Prodi è al capolinea» però «c'è qualcuno che tenta l'accanimento terapeutico. Vediamo se riuscirà a resuscitare un morto». Per governare ci vuole unità sul programma e per Fini i 12 punti di Prodi «non saranno sufficienti».
Sull’ipotesi di un governo di larghe intese il leader di An non si sbilancia. Si sa che sarebbe favorevole ad un esecutivo di transizione, ma dice solo: «Non spetta ai partiti politici anticipare ciò che dovrà decidere il capo dello Stato». Spiega che Napolitano deciderà dopo aver ascoltato tutte le forze politiche, ma dovrà accertare «se al Senato esiste una maggioranza che politicamente vale perché impegnata a rispettare un programma e numericamente autosufficiente».
Che la questione dei senatori a vita sia centrale e che Fini abbia toccato il nervo scoperto della sinistra lo dimostra anche la reazione del senatore dell'Ulivo Luigi Lusi. Definisce «singolare» la dichiarazione del leader di An sulla «maggioranza autosufficiente in Senato senza il concorso dei senatori a vita». Per Lusi è «paradossale» e «strumentale» il ragionamento di Fini, per cui il plenum a palazzo Madama sarebbe di 315 senatori e non di 322. «Tutti i voti - afferma - nell'aula di Palazzo Madama sono determinanti e chiara espressione della volontà politica di chi li esprime». È chiaro che il centrosinistra non accetta diktat sui senatori a vita, perché sono indispensabili.