La ricetta di Galan: «Ho calato la scure sui viaggi inutili»

Giuseppe Salvaggiulo

da Milano

Giancarlo Galan, presidente della Regione Veneto, come si sente a guadagnare «solo» 12.434 euro mensili, contro i 24.620 del suo collega pugliese Nichi Vendola?
«Ah, dopo aver letto l’inchiesta del Giornale mi sono sentito un poveretto. Ma non è una novità. Mi sento un poveretto anche nei confronti di me stesso».
In che senso?
«Di me stesso prima di entrare in politica. A trent’anni ero un giovane, ricco e felice dirigente di Publitalia, guadagnavo centinaia di milioni l’anno».
E c’ha rimesso?
«Intendiamoci: anche se minore o addirittura la metà di quello di altri presidenti, il mio stipendio non è affatto basso in confronto a quello di tanta gente. Ma certo, rispetto a quello che guadagnavo prima ci ho rimesso».
Pentito?
«Macché: fare il presidente della mia Regione è la cosa più bella che possa capitare a un politico. E grazie ai cittadini veneti lo faccio per il terzo mandato».
Questo degli stipendi di consiglieri, presidenti e assessori è solo l’ultimo capitolo di sprechi delle Regioni. Che idea si è fatto?
«Che le spese regionali vanno controllate, limitate e fermate in caso di sprechi. Io ho scelto una condotta molto rigorosa anche su altri comportamenti. Non sono mai entrato in un Consiglio di amministrazione di una società, di una fondazione bancaria, di un ente pubblico. Nemmeno in quello della Biennale di Venezia».
Motivo?
«C’è un conflitto di interessi. Occupare un posto nel Cda garantisce ulteriori emolumenti al rappresentante di un’istituzione».
Il suo è un comportamento diffuso?
«Macché. E il problema non riguarda solo le Regioni. Non c’è sindaco che non sieda in un Cda. E non solo in Veneto, naturalmente».
Oltre a star lontano dai Consigli di amministrazione, ci sono altre tentazioni a cui resistere?
«Io ho un’altra fissazione: i viaggi. Ho fatto meno missioni all’estero di tutti gli altri presidenti. Vedo delegazioni di decine di consiglieri che prendono e partono per Canada, Norvegia, Cambogia».
Quindi lei non viaggia mai?
«Un paio di volte all’anno. E solo se c’è qualcosa di concreto e importante da firmare, per esempio in materia sanitaria. Altrimenti non parto».
Molti presidenti sostengono che le missioni all’estero servono a promuovere il sistema delle imprese, gli scambi economici e culturali...
«Ma siamo sicuri che siano tutti viaggi di lavoro? E quanto costano all’ente? No, penso che ci sia qualcosa da rivedere. La parsimonia personale non basta, se non c’è anche la parsimonia istituzionale».
Che vuol dire?
«Prendiamo il numero di dipendenti: in alcune Regioni - penso per esempio alla Campania - è esorbitante. Noi in Veneto ne abbiamo solo tremila. E cerchiamo di non aumentarli».
C’è relazione tra sprechi e autonomia delle Regioni, sino al federalismo?
«Questa è un’idiozia. Bisogna reprimere gli sprechi, ma senza spirito punitivo nei confronti delle Regioni. La prova che il federalismo funziona è il benessere del Trentino Alto Adige».
A trent’anni era un manager ricco e felice. Ora è un po’ meno ricco. Altre differenze?
«Un politico deve stare più attento alle spese. Sia in campagna elettorale, sia nell’attività istituzionale. E gli può capitare, come a me, di essere condannato a risarcire 260mila euro per aver detto che la sede Rai del Veneto era gestita da un soviet».