Una ricetta imperiale per l’Unione europea

Provocatorio saggio dell’euroscettico inglese Boris Johnson: per il futuro dell’Ue il modello da seguire è l’antica Roma

The dream of Rome (Il sogno di Roma), è un pamphlet anche se corposo (200 pagine ma stampate molto larghe), pubblicato nel 2006 da Harper Collins, scritto da Boris Johnson, parlamentare conservatore inglese, giornalista noto per la vivacità, talvolta scapestrata. Il libro ha suscitato discussione nel Regno Unito per le tesi provocatorie, a partire da quella di fondo: io - dice Johnson - sono euroscettico ma se l’Unione vuole cercarsi un modello, guardi all’esperienza dell’impero romano. Quella sì che era una comunità multietnica efficiente.
Da buon thatcheriano, l’autore insiste innanzi tutto sul ruolo dello Stato. Pensate, l’impero costava solo dal 10 al 5 per cento del Pil. Oggi lo Stato britannico accapparra il 40 per cento del prodotto lordo nazionale. E, poi, via con gli omaggi: la legge romana, il senso d’inclusione (dopo qualche secolo d’impero, metà del senato romano era composto di persone nate nelle «province»), la delega alle realtà locali (sussidiarietà, la chiameremmo oggi) di gran parte delle funzioni amministrative, il rispetto per i vari culti (almeno prima delle stragi di cristiani), le infrastrutture (strade e acquedotti). La migliore letteratura per secoli: secondo Johnson l’Unione europea dovrebbe costringere i suoi giovani a leggere l’Eneide, tra i migliori (pochi) testi che costituiscano un patrimonio culturale comune possibile per il Continente. E la moneta? Quella romana era così elegante, convincente, con i suoi profili d’imperatori... Non certo quelle schifezze di euro metalliche e cartacee, senza nessuna forza simbolica. Naturalmente un presupposto di questa magia delle monetine romane non sarà facile da riprodurre: il culto del carattere divino dell’impreratore.
Sì, certo, c’era lo schiavismo, i divertimenti erano pazzamente sadici con uomini e bestie massacrati su scala industriale. E chi dissentiva non veniva sicuramente trattato secondo principi liberaldemocratici. Ma nelle condizioni storiche date, che esempio di integrazione e pacificazione!
Perché cadde questo impero, sia pure dopo quattrocento anni? Johnson, come pure lo storico Peter Heather che ha pubblicato in questi anni un saggio dal titolo The Fall of Roman Empire (edizioni Pan), contesta la tesi di Edward Gibbon, il grande storico settecentesco famoso per il fondamentale saggio sull’argomento, secondo cui l’impero sarebbe franato per la mollezza introdotta dalla conversione al cristianesimo. Il declino, invece, per Johnson (ma anche per il più accademicamente dotato Heather), deriverebbe essenzialmente dalle invasioni e dagli spostamenti di popoli sottesi a queste invasioni. La grande ricerca storica, naturalmente, è grande perché autonoma, perché si fonda su fonti robuste, lette con intelligenza e cura. Nel motivare i ricercatori, però, contano spesso gli argomenti in ballo nell’epoca in cui si vive. Non è inspiegabile che uno storico inglese del Settecento, quando non si era spento lo scontro tra protestanti e cattolici, se la prendesse con il papato per aver rovinato un impero. E non è ugualmente strano che saggisti e storici di qualità, agli inizi del Duemila, s’interessino piuttosto d’immigrazione, intesa come base di ogni futura invasione e caos.
Con spirito provocatore, Johnson individua in un fatto storico molto anticipato l’origine dei futuri guai di Roma: la strage della foresta di Teutoburgo, il 9 dicembre del 9 d.C., quando Publio Quintilio Varo (quello della famosa frase di Augusto: «Varo ridammi le mie legioni») perse la XVII, XVIII e XIX legione per mano del germanico Arminio e di un po’ di tribù locali coalizzate. Siccome lo spirito dei tempi è quello che è, proprio sulla battaglia di Teutoburgo è uscito lo scorso anno un libro della Mondadori (Teutoburgo. La grande disfatta delle legioni di Augusto, pagg. 331, euro 22), scritto da Massimo Bocchiola e Marco Sartori. E nel 2004 per Il Saggiatore era uscito La battaglia che fermò l’impero romano, di Peter S. Wells (pagg. 276, euro 19).
Dopo la strage di Teutoburgo gli imperatori romani considerarono quelle terre oltre il Reno troppo pericolose, perché c’erano quei barbari scalmanati, e poco remunerative, perché non c’era organizzazione agricola, la base per integrare popolazioni e ricchezze nell’impero. Un disastro. Per colpa di quella scelta, l’Europa del Nord non venne integrata, il diritto romano e il latino non si diffusero. Johnson dice che se Augusto avesse avuto un po’ più di coraggio, lui oggi non avrebbe potuto scrivere in inglese, lingua derivata da una delle tribù non civilizzate, i sassoni, che poi invasero l’Inghilterra. Non lo dice ma fa capire che non gli sarebbe tanto dispiaciuto. C’è anche qualche stoccata per Martin Lutero che proprio del culto di Arminio e del nome Germania, rilanciato in collegamento al condottiero barbaro, fece una delle basi per la contestazione del dominio della Chiesa romana.
Insomma: molti aspetti del pamphlet sono ispirati all’irriverenza, ma la base dello scritto corrisponde a un clima nuovo di riflessione che partendo dall’impero romano discute delle cose dei giorni nostri. In qualche misura il primo ad avviare una riconsiderazione di Roma imperiale era stato quel vecchio estremista di Antonio Negri che in un libro scritto con Michael Hardt (Empire), aveva spiegato come mai l’umanità avesse goduto di tale uniformità di diritto, cultura, possibilità di viaggiare e risiedere come ai tempi di Augusto e successori. Certo, poi nell’altra metà del libro non ha mancato di tornare sulle sue teorie stravaganti della ribellione delle spinoziane moltitudini. Ma la prima parte di Empire non aveva mancato di colpire l’opinione pubblica colta mondiale. Da qui, anche un certo dibattito negli Stati Uniti sull’esigenza che Washington assumesse un’attitudine più imperiale, più attenta ai popoli su cui esercita di fatto già oggi un’egemonia.
Dibattito ripreso dal saggio appena pubblicato dalla Mondadori, di Niall Ferguson, Colossus. Ascesa e declino dell’impero americano (pagg. 401, euro 20) dove si argomenta come, se gli Stati Uniti non studieranno la lezione di Augusto, finiranno assai male.