Ricetta del rilancio: più treno, meno finanza

A 79 anni compiuti Warren Buffett vive ancora nella casa che ha comprato nel 1958, quando era giovane impiegato di una società assicurativa. «Non vedo ragione di traslocare», ha spiegato asciutto. Nel 2006, quando comprò un’auto nuova, una impegnativa Cadillac Dts, il mondo della finanza annotò con attenzione l’operazione, che appariva quasi una stravaganza per il morigerato stile di vita del finanziere. L’uomo più ricco del mondo dopo Bill Gates, non è insomma uno a cui piace buttare i soldi. Eppure martedì ha messo sul tavolo 26,6 miliardi di dollari (più o meno 18 miliardi di euro) per l’acquisizione più importante della sua vita. La sua società, la Berkshire Hathaway, un’ex aziendina tessile trasformata in una colossale holding, per prepararsi adeguatamente al futuro ha guardato al passato. Non a quello recente, ma a quello di due secoli fa.
Nel mirino di Buffett sono finiti i vecchi treni del Far West, la Burlington Northern Santa Fe, le cui radici risalgono al 1849. Con il trascorrere dei tempi e con una serie di fusioni, la vecchia linea di coloni e avventurieri si è trasformata in uno dei maggiori operatori ferroviari Usa. Un reticolo di binari che copre tutto il Midwest americano, dal Canada al Texas, scavalcando le Montagne Rocciose fino al Pacifico. Una sorta di sistema sanguigno in cui passano le merci che muovono il Paese: dal latte al grano, dal carbone al petrolio, alle importazioni cinesi.
«L’oracolo di Omaha», così viene soprannominato dai suoi ammiratori, che ogni anno trasformano l’assemblea della sua società, proprio nella città del Nebraska, in una sorta di Woodstock della finanza, ha dunque annunciato la sua profezia: per affrontare il terzo millennio meglio tenersi alla larga da hi-tech e finanza e andare sul concreto, sull’economia reale. In un mondo digitale fatto di computer e bit immateriali, è molto più sicuro puntare sui vecchi atomi sotto forma di binari e traversine. Da questo punto di vista Buffett, per molti anni in grado di garantire ritorni a due cifre ai suoi azionisti, si è mosso in coerenza con la sua legge fondamentale degli investimenti: «Niente avventure, mai comprare titoli di una società se non si capisce che cosa, materialmente, fa». Questa volta, però, la sua mossa dice anche qualche cosa di più.
Buffett è l’uomo che nel pieno della crisi finanziaria, quando le paure del tracollo erano reali, intervenne, giocando tutto il peso della sua immagine, con una sorta di lettera aperta alla comunità finanziaria, un messaggio alla nazione degli investitori: «Il nostro Paese ha affrontato travagli peggiori in passato. E anche adesso ce la faremo: i giorni migliori sono ancora davanti all’America». Ora dimostra di credere davvero alla ripresa. L’attività ferroviaria è strettamente legata all’andamento dell’economia. E anzi lo stesso Buffett ha detto di usare i dati relativi ai trasporti su binario come indicatori infallibili dell’attività economica. Se anche questa volta ha visto giusto, come spesso in passato, l’America può tornare a essere una locomotiva (mai termine fu così appropriato) dell’economia globale.
Non solo. Sulla finanza Buffett ha costruito una buona parte del suo successo. Nel recente passato ha partecipato al salvataggio di colossi bancari e assicurativi come Goldman Sachs e Swiss Re, o di conglomerate «finanziarizzate» come General Electric. Ma anche lui nel crollo delle Borse ha pagato un prezzo altissimo (si parla di 25 miliardi di dollari). Ora ha deciso la prossima direzione di marcia. Con l’ultima acquisizione la sua società ha assunto una fisionomia sempre più industriale. E sembra non guardare più a Wall Street. Ma piuttosto all’America di Main Street, quella che sembrava passata di moda.