La ricetta di Tesauro: a ogni autista una licenza gratis

Il progetto elaborato dal presidente dell’Antitrust per consentire ai conducenti di recuperare parte dei ricavi persi con la liberalizzazione

Gian Maria De Francesco

da Roma

La ricetta del premier Prodi e del ministro dello Sviluppo economico Bersani per liberalizzare il mercato del servizio taxi non rappresenta l’unica via percorribile per garantire ai cittadini un risparmio sulla tariffe e una migliore qualità di questo comparto del trasporto. In un parere inviato il 3 marzo del 2004 ai presidenti di Senato, Camera e Consiglio dei ministri, l’allora presidente dell’Antitrust, Giuseppe Tesauro, formulò un ventaglio di proposte allo scopo di avvantaggiare gli utenti senza danneggiare i tassisti considerato che l’attuale scarsità delle licenze rappresenta un valore che viene quantificato al momento della loro cessione.
Licenze gratis. Secondo il parere dell’Antitrust, le amministrazioni comunali avrebbero potuto «incrementare il numero delle licenze mediante la distribuzione, a titolo gratuito, agli operatori del settore di un’ulteriore licenza». In questo modo i fornitori del servizio taxi avrebbero potuto recuperare parzialmente il calo dei ricavi legato al maggior numero di vetture in circolazione o vendendo la licenza aggiuntiva oppure affidandola a un altro operatore e mantenendone la titolarità. «Affinché tale misura sia efficace - specificava Tesauro - appare opportuno che la nuova licenza venga ceduta, oppure utilizzata, entro un congruo periodo di tempo compatibile con il graduale processo di liberalizzazione». Insomma, una soluzione soft che aveva come obiettivo quello di non scontentare né consumatori né tassisti senza interferire con le autonomie locali alle quali la riforma del titolo V della Costituzione attuata dal centrosinistra nel 2001 ha delegato la gestione delle politiche dei trasporti mediante autoservizi pubblici.
La soluzione Bersani. Il decreto emanato dal governo fa ricorso all’altra ipotesi sollecitata due anni fa da Tesauro: il ricorso a una procedura d’asta per assegnare a pagamento nuove licenze che non potranno essere rivendute. I proventi dovrebbero essere redistribuiti «in misura non superiore all’80% e non inferiore al 60%» ai tassisti che possiedono una sola licenza e che continueranno a lavorare in proprio. Mentre coloro che si aggiudicheranno le licenze dovranno avvalersi di collaboratori da assumere con contratto di lavoro subordinato.
I rischi. Entrambe le soluzioni proposte dall’Antitrust prevedono l’abolizione del divieto di cumulo delle licenze. Ma le indicazioni provenienti da Palazzo Chigi non hanno ancora sgomberato il campo da due possibili inconvenienti. In primo luogo, con il ricorso all’asta è possibile che le organizzazioni più forti si aggiudichino il maggior numero di licenze. In tal caso potrebbero formarsi dei cartelli e i vantaggi per i cittadini in termini di calo dei prezzi potrebbero essere veramente minimi. In secondo luogo, fino alla pubblicazione del decreto non si conoscerà nel dettaglio l’entità degli indennizzi e quindi non si saprà se la compensazione sarà veramente efficace.
Misure collaterali. Nel 2004 l’Antitrust aveva tenuto conto che lo squilibrio tra domanda e offerta nei servizi taxi (situazione che pone Roma e Milano come fanalini di coda tra le capitali europee per densità di vetture) non si può risolvere semplicemente aumentando il numero delle licenze. I tassisti sono vincolati a turni rigidi e l’aumento del loro numero non potrebbe tradursi automaticamente in un incremento delle vetture in circolazione. Di qui la serie di misure collaterali proposte da Tesauro. In primis, il rilascio di licenze part-time per garantire una maggiore copertura durante gli orari di punta. In seconda battuta, l’eliminazione della segmentazione territoriale per consentire l’esercizio dell’attività anche fuori della propria area geografica. In terzo luogo, una maggiore flessibilità nella predeterminazione dell’orario di servizio. E poi, soprattutto, l’introduzione stabile di nuove forme di trasporto pubblico, come i minicab londinesi che effettuano il servizio solo tramite prenotazione telefonica, oppure i «taxibus» e i «taxi collettivi». Insomma, una liberalizzazione per essere tale deve essere inserita in un contesto che la renda effettiva.
Tesauro nella sua ultima relazione da presidente Antitrust nel 2004 lo disse chiaramente. «In Paesi come il nostro, caratterizzati da una lunga tradizione di intervento invasivo dei pubblici poteri nell’economia, gli ostacoli alla concorrenza possono derivare non soltanto dai comportamenti delle imprese che danno luogo a cartelli, ad abusi di posizione dominante, a concentrazioni restrittive, ma anche da leggi, da regolamenti e da atti delle pubbliche amministrazioni», affermò. Bersani ieri ha detto che «le regole non si concertano». Forse perché la volontà dello Stato conta più di quella dei cittadini?