La ricetta di Tremonti: «Dio, patria e famiglia»

nostro inviato a Rimini

C'era attesa, molta attesa. Giulio II al seguito di Giulio I. Tremonti al cospetto di Andreotti. Uno accanto all'altro, dinanzi alla platea ciellina. C'era attesa per un'intrigante staffetta, per una sorta di passaggio di testimone. C'era attesa, tra gli analisti e gli esperti del Meeting. Tra coloro, insomma, che si muovono tra i padiglioni della Fiera come fossero tra le mura di casa propria. Chissà, sarà pure avvenuto. Ma a dire la verità, non tutti se ne accorgono. Pochi fuochi d'artificio, ma qualche buona scintilla. Battute, assist reciproci, ma anche analisi approfondite su Stato, storia ed economia. D'altronde, messo da parte il breve tour tra gli stand, allietato da un caffè, dal tema del confronto pubblico, focalizzato sui sessant'anni di Costituzione, non ci si poteva poi attendere un’esplosione di comicità.
Detto questo, qualcuno prova pure a malignare sulla visita in coppia a una mostra. Una mostra particolare, dedicata al lavoro nelle carceri, «dietro le sbarre», inaugurata giorni fa dal Guardasigilli, Angelino Alfano. Alla quale il senatore a vita arriva a bordo di un veicolo elettrico, di quelli usati nei campi da golf, elegante nel suo doppiopetto scuro, in compagnia di don Giacomo Tantardini. Seguito a vista, a piedi, dal ministro dell'Economia, in camicia, senza cravatta.
Ma il clou arriva subito dopo, in conferenza stampa. Andreotti apre le danze e scherza, rifiutandosi di introdurre l'argomento del dibattito: «Sono impreparato». Si ride, Tremonti regge il gioco. «Di solito sono avvantaggiato dall'ordine alfabetico», attacca. E per «par condicio» passa la parola ai giornalisti, alle loro domande. Europa, energia, Russia, federalismo. Tanto federalismo, che «va attuato assolutamente, perché ci guadagneremo tutti e perderà solo chi fa cattiva politica», puntualizza il titolare dell'Economia. Ma all'ex presidente del Consiglio, portatore sano di un «pregiudizio» romano, a favore quindi del «centralismo capitolino», le battute più riuscite. Una sulle tasse. «Prima del 1870, non si volevano pagarle al Papa. Poi non si volevano pagare a chi teneva prigioniero il pontefice. Evidentemente, permane tuttora un senso nostalgico per il Papa». Risate. Poi tocca a Tremonti.
Si cambia padiglione, si entra in un auditorium. La questione si fa seria. Andreotti ricorda Croce, Orlando, Nitti, i costituenti, riferendo che la sua unica proposta, presentata quando Giulio I aveva 26 anni, gli venne bocciata e fatta ritirare. Ma in ogni caso, amarcord a parte, la Costituzione «rimane un punto fondamentale del nostro vivere, l'indirizzo morale». Si passa alla «politica con la p maiuscola», si finisce con la figura di De Gasperi. Applausi, luce.
Di nuovo buio, prende la parola Tremonti. E parte con una lezione di diritto, economia politica e internazionale. È a suo agio, Giulio II. E la platea, che all'ingresso aveva mostrato per lui un po' di indifferenza, inizia a seguirlo. Il ministro ne approfitta. «Non so se mi fa più soggezione questo vasto pubblico o gli ospiti al mio fianco. Ma in ogni caso, oggi sono a una prova d'esame». I ciellini apprezzano, gradiscono l'umiltà. E Tremonti li infilza con il debito pubblico, con i poteri del capo dello Stato, del premier. Spiegando che quello attuale è un «governo che cerca di governare e non perché siamo vicini al fascismo».
Arriva la fase finale, in crescendo. E va più o meno così. «Le ideologie del Novecento sono finite, quindi anche il liberismo. Bisogna tornare ai grandi valori dell'Ottocento». Parole come famiglia, territorio e cattedrale devono far riflettere. Termini che vanno interpretati attraverso la sussidiarietà, il federalismo, il cinque per mille. Poi la chiusa, quella che spiazza tutti, ma che raccoglie l'entusiasmo della platea. «Non so se dico una cosa vecchia o nuova, ma tutto questo si può riassumere così: Dio, patria e famiglia». Sul motto conservatore e religioso, preso in prestito poi dal fascismo, cala il sipario. Alla prossima.