Le ricette segrete del dottor Jannacci

Quando Enzo Jannacci canta o racconta è difficile capire ciò che dice; le parole si attorcigliano e si mangiano una con l’altra in un mantra senza fine. Per chi non lo conosce è un difetto, per tutti gli altri uno dei suoi segreti. Un giorno Franca Rame ricevette una telefonata da Enzo e si rivolse al marito Dario Fo dicendo: «Dario! Corri che c’è l’Enzo che si capisce tutto quello che dice». E Fo rispose: «Oh signur, e adesso come fai negli spettacoli?». Sembra una presa in giro, ma solo per chi non segue Jannacci, per chi non sa ancora il motivo vero per cui Jannacci si esprime diversamente da tutti gli altri... «Lui s’esprime diversamente dallo status quo perché gli arrivano in testa centinaia di idee, specialmente durante gli spettacoli, e le deve esprimere tutte insieme. Se dovesse tradurne una alla volta non sarebbe più lui», scrive il figlio Paolo in Aspettando al semaforo (Mondadori), appropriatamente sottotitolato L’unica biografia di Enzo Jannacci che racconti qualcosa di vero.
Un libro scritto «da dentro» dove la musica incrocia il privato, gli aneddoti divertenti si confondono coi momenti commoventi, la storia diventa cronaca, la canzonetta si fa emozione. E chi meglio di Paolo poteva raccontare i concerti di Enzo (compresi quel Festivalbar del 1997 e quel Primo Maggio a Roma in cui fu contestato da un magma di indifferenza e superficialità) o le sue esperienze da «velista» all’Idroscalo? Le sue interviste-diaolgo surreali in cui cita tutti gli amici (da Gaber a Bisio) e soprattutto la sua Milano. Perché Jannacci è un simbolo di quella Milano che ha forgiato la nostra canzone popolare. Quando, l’estate scorsa, rischiò la vita per un blocco respiratorio in un ospedale di Lavagna, tutti noi sapevamo che l’Enzo non sarebbe mai morto in Liguria, lontano dalla vecchia Rogoredo dove il suo personaggio «el vosava ’me ’n strascée» o da quella periferia dove c’era un altro barbone che «portava i scarp del tennis/ el parlava de per lù». Dalle prime esperienze come pianista dei Rocky Mountains di Tony Dallara al duo rock con Giorgio Gaber (si chiamavano rispettivamente il «nasone» e il «cialtrone») Jannacci s’è sempre confermato campione di veemenza affabulatoria e di sana goliardia, fustigatore e clown, mettendo in scena se stesso e gli altri (da Fo a Strehler, da Beppe Viola a De André con cui ha collaborato a vario titolo) e prendendo in giro tutti senza mai offendere nessuno( «È geniale ma spesso incompreso, soprattutto dagli eventi atmosferici e terrestri», scrive il figlio). In attesa del suo rientro (per ora non se la sente ancora di tornare sul palco), questa biografia è un tenero e spassoso concerto di parole.