Richard Gere a caccia di scoop trasforma i reporter in Rambo

Esaltato e patetico, viene scambiato per agente della Cia

da Roma

Non mostrate The Hunting Party a Beppe Grillo. Potrebbe convincersi, una volta di più, che anche il giornalismo «di guerra», il più mitizzato al cinema, sia una buffonata. Nella realtà così non è, la gente muore davvero nel dare le notizie, ma certo il film di Richard Shepard col divo in caduta libera Richard Gere non rende un buon servizio alla causa. Mica per il retrogusto acido e grottesco, in linea con la pazzesca vicenda in parte accaduta, tanto che un'ironica didascalia avverte: «Solo i particolari più assurdi di questa storia sono veri». Al contrario, perché proprio la storia meritava di meglio, non uno svolgimento così banale e svogliato, che rifila i più classici luoghi comuni sul giornalismo al fronte con l'aria di smontare il giocattolo.
The Hunting Party esce il 30 aprile, dopo un'apparizione a Venezia 2007. In America ha incassato meno di 1 milione di dollari, essendo costato all'incirca 25. Può darsi che da noi vada meglio, benché la guerra nell'ex Jugoslavia, con l'eccezione del notevole No man's land di Danis Tanovic, poi benedetto dall'Oscar, non abbia mai fruttato al box-office. Sarà perché al cinema il giornalista con l'elmetto, il giubbotto antiproiettile e il cartellino Press sul petto è una brutta bestia. Basta poco a trasformarlo in macchietta. Fateci caso: o è un puttaniere che trangugia whisky al bar e inventa reportage stando al calduccio nella sua camera d'albergo; oppure un invasato che sfida la morte per sentirsi vivo e quando torna a casa appare un disadattato. Proprio come il Simon Hunt incarnato da Gere in The Hunting Party (gioco di parole tra il cognome del personaggio e «hunting», che significa cacciare). Sulla scorta di un articolo apparso su Esquire nel 2000, a firma del giornalista Scott Anderson, il film racconta la strana avventura di un ex famoso inviato di guerra licenziato dal network e ridottosi a fare il free-lance. Era il più bravo, Simon Hunt, ma nel 1995, di fronte alle atrocità commesse dai paramilitari serbi in un villaggio musulmano, crollò in diretta, mandando tutti a quel paese. Cinque anni dopo, ritrovatosi a Sarajevo col suo fedele cameraman e un figlio di papà, si mette in testa di scovare sui monti circostanti il criminale di guerra più feroce e ricercato, una specie di Karadzic ribattezzato «la Volpe». Non ha fonti attendibili, solo un conto personale da sistemare. Ma lo scoop, sulle prime ritenuto impossibile, si rivela più facile del previsto. E sapete perché? In un crescendo di equivoci e inseguimenti, Simon e i due amici vengono scambiati per agenti della Cia.
Naturalmente ci si chiede, con Hunt, come mai «20mila caschi blu, la Nato e ogni maledetto cacciatore di taglie, incluso Chuck Norris, non siano riusciti ancora a catturare Karadzic in un Paese che è la metà del Kentucky». Sui titoli di coda, la parte più azzeccata, alcune didascalie birichine sottolineano gli scarti minimi tra finzione e realtà. Nondimeno il film suona sgangherato, fasullo, pure noioso. Il colmo.
Sul tema - informazione di guerra e sue contraddizioni - ben altro ha prodotto Hollywood prima che i giornalisti finissero «embedded», perdendo l'alone romantico. Difficile dimenticare, ad esempio, Sam Waterston, nei panni di Sydney Schanberg del New York Times, in Urla del silenzio di Roland Joffé, ambientato nella Cambogia stuprata dai Khmer Rossi. O James Woods, dissennato e adrenalinico giornalista ispirato al vero Richard Boyle, in Salvador di Oliver Stone. E ancora: il fotoreporter Nick Nolte in Sotto tiro di Roger Spottiswoode, proiettato nel Nicaragua prima della fuga di Somoza; il giornalista australiano Mel Gibson in Un anno vissuto pericolosamente di Peter Weir, alle prese con le repressione sanguinaria nell'Indonesia di Sukarno.
Poi ci sono i caduti sul lavoro. E qui il pudore è d'obbligo. Michael Winterbottom ha rievocato la fine dell'ebreo americano Daniel Pearl, sgozzato in Pakistan dagli islamisti, in A mighty heart; il nostro Ferdinando Vicentini Orgnani ha ricostruito l'indagine fatale che costò la vita a Ilaria Alpi a Mogadiscio in Il più crudele dei giorni. Entrambi sfortunati al botteghino, eppure toccanti e tesi, senza ombra di retorica, nel rendere omaggio a due giornalisti che non si atteggiavano a star.