Richard Gere: «Grazie Italia, per prima hai creduto in me»

Roma Basta American Gigolò, finito l’Ufficiale e gentiluomo, ecco un Richard Gere spirituale e concentrato planare al Festival di Roma. Dove ieri ha ritirato il premio «Marc’Aurelio» per gli oltre trent’anni di carriera e la «Lupa» in Campidoglio, dalle mani del sindaco Alemanno. Dovendo presentare I giorni del cielo di Terrence Malick, film scelto per celebrare il premio, il sessantaduenne Gere ha ricordato che proprio quel poderoso affresco, ambientato nel secolo scorso, gli valse un David di Donatello. «L’Italia, che amo, come amo gli italiani, è stato il primo paese ad aver riconosciuto i meriti del mio lavoro», ha detto il sogno di tutte le Pretty Woman, per poi definire il suo attuale profilo entro una gerarchia sentimentale molto protetta. «Per me il cinema è soltanto un mestiere. Quello che conta veramente sono: la mia famiglia, i miei maestri tibetani, la vita intesa come empatia e liberazione», ha scandito il divo, per il quale «ciò che è in superficie, provoca dolore». Un pensiero è poi andato alla difficile situazione dei monaci tibetani, «repressi dal crudele regime comunista». E se Richard ha in postproduzione Arbitrage e la commedia collettiva Movie 43, comunque si diverte di più a prestare la voce, in particolare ai documentari sul buddhismo e la via tibetana alla vita interiore. «La vita è troppo preziosa per perdere un anno e mezzo girando un film: preferisco dedicarmi a mia moglie, al futuro di mio figlio, che ha undici anni e ai viaggi. Sono stato in Nepal, sulla tomba di un maestro e in India, insieme ai tibetani coreani». C’era un sex-symbol, che adesso è zen.