Richard Yates

Ha anticipato di anni il «realismo sporco» di Raymond Carver. Ha compreso con un anticipo di decenni le ombre del «sogno americano», quel mondo in technicolor che sembrava poter trasformare la storia di ogni famiglia statunitense in un film alla Doris Day. Richard Yates, «uno dei più grandi scrittori meno famosi d’America» (come lo ha definito l’Esquire) torna nuovamente in libreria con quello che unanimemente è riconosciuto il suo romanzo capolavoro. Revolutionary Road uscì negli Stati Uniti nel 1961 con una grande accoglienza critica: Tennessee Williams lo definì «un capolavoro», Kurt Vonnegut lo considerava «Il Grande Gatsby della sua generazione», William Styron e John Updike ne rimasero affascinati. Ma le vendite furono vicine allo zero.
Nel 2001 l’America l’ha riscoperto e i romanzi di Richard Yates sono diventati libri di culto. Così in Italia: rilanciato da minimum fax tre anni fa, ormai uscito dal catalogo Bompiani che lo pubblicò per la prima volta nel 1966 con il titolo I non conformisti, oggi Revolutionary Road è un piccolo caso editoriale che si rinnova di lettore in lettore. Grazie a un passaparola che ha pochi precedenti: tra gli ultimi esempi, Una banda di idioti di JK Toole che Marcos y Marcos ha trasformato in un successo da decine di migliaia di copie, ripescandolo anche qui da un fuori catalogo Rizzoli (che lo aveva pubblicato nell’82 con il titolo Una congrega di fissati).
Adesso una nuova edizione rilegata di Revolutionary Road, proposta da minimum fax, rilancia nuovamente Yates in concomitanza con l’uscita dell’omonimo film che negli Stati Uniti ha riscosso un grande successo di pubblico e di critica e che sarà sui nostri schermi dal 30 gennaio. Un film che ha richiamato il pubblico anche grazie a un cast che ha visto ritornare in coppia gli inaffondabili protagonisti di Titanic, Leonardo Di Caprio e Kate Winslet (che proprio per Revolutionary Road domenica scorsa si è aggiudicata il Golden Globe come miglior attrice).
Al di là dei richiami mediatici, però, è il romanzo a conquistare i lettori, grazie a una scrittura modernissima e a una trama che, malgrado sia ambientata nella metà degli anni Cinquanta, non finisce di essere moderna. La storia dei protagonisti, una classica coppia di coniugi appartenenti alla middle class che decidono di ribellarsi agli stereotipi borghesi, è una favola che ha attraversato tutta la letteratura del Novecento. Nel caso di Yates - in questi giorni è in libreria anche un altro suo romanzo, Easter Parade, ripubblicato sempre da minimum fax e con tematiche molto simili a Revolutionary Road - lo scrittore americano, nato a New York nel 1926 e morto nel 1992, è riuscito con maggiore incisività di ogni altro suo contemporaneo a ritrarre tutte le contraddizioni dell’american way of life.
Yates ha descritto l’America dei sobborghi metropolitani proprio all’inizio della loro disneyficazione, presentandoli come «una lunga vallata scintillante di plastica colorata, cristallo e acciaio inossidabile». Prima di Henry Miller, egli ha intuito gli «incubi ad aria condizionata»; prima di John Cheever, ha compreso la mediocrità come «malattia che impedisce di pensare, di provare emozioni, di interessarsi alle cose, di appassionarsi o di credere a qualcosa che non sia la propria piccola, dannata, comoda agiatezza»; prima di Raymond Carver, ha descritto gli inferni e interni domestici scrivendo (era il 1961): «Non è forse questo continuo, persistente involgarimento di ogni idea e di ogni sentimento, la loro riduzione a una sorta di pappa predigerita? Non è questo sentimentalismo ottimistico, sorridente, facilone, che domina la concezione di ognuno di noi?».
Yates ha guardato oltre la siepe del proprio giardino: non ha trovato il buio, ma coscienze al neon mimetizzate dietro cocktail in tailleur e doppio petto emotivo. «Vite prefabbricate» in una recita quotidiana destinata a diventare una farsa perenne: «Ci avevano sempre creduto: l’attività, la luce accecante, il frastuono dell’ufficio, il pranzo servito in fretta su un vassoio, il dinamico maneggio di scartoffie e telefoni, la stanchezza delle ore di straordinario, il dolce sollievo di sfilarsi le scarpe alla sera».
In tutto questo non c’è condanna: c’è soltanto l’incredibile radiografia di un autore che ha saputo intuire i nostri tempi (im)mediati. Uno scrittore che ha anticipato come la ribellione del ’68 e degli anni a venire non sarebbe stata che l’ennesima rappresentazione di «un intrepido spirito rivoluzionario destinato a perdersi in un vicolo cieco». In Yates, in Revolutionary Road come in tutti i suoi altri libri, troviamo lo spirito ribelle, ereditato da Scott Fitzgerald, secondo cui «in fondo la vita non è che un processo di disgregazione», ma al contempo troviamo anche un artista che, come amava ripetere, non cercava «il successo, ma lettori».
Questo straordinario e brillante fallito di successo, inconsapevole fratello d’inchiostro del maremmano Luciano Bianciardi nel combattere negli stessi anni la sua «battaglia soda» contro «la vita agra», ci ha lasciato i suoi romanzi. Leggerli è quasi un dovere. Per tutti coloro che (almeno questo) vogliono ribellarsi alla dittatura dei best seller, fulminei ectoplasmi senza un passato, e riscoprire se stessi tra le pagine di Revolutionary Road. Un libro che col tempo è diventato e sarà sempre di più un long seller: di «quei libri - come scriveva Giorgio Manganelli - che fanno un giro di pista, nessuno gli fa caso, e dopo trenta, quarant’anni fanno un secondo giro, e tutti li leggono con il fiato sospeso».
Trovando finalmente, se non il successo, almeno dei lettori.