«Ricky», la favola del bambino capace di volare

Un bambino con le ali può salvare una famiglia proletaria. A pensarla così il regista francese François Ozon (Otto donne e un mistero, Sotto la sabbia) ieri a Roma per presentare Ricky - Una storia d’amore e di libertà in concorso al Festival di Berlino e distribuito in Italia (da venerdì prossimo in 40 copie) da Teodora, che figura anche fra i coproduttori. E il regista aggiunge: «La diversità insomma può diventare, alla fine, una fonte di ricchezza. Inquadro un evento straordinario che cambia la famiglia, arricchendola: è l’immaginazione che ci fa sopravvivere».
Nel film è di scena un bambino (Ricky), ma non un bambino qualsiasi. Un neonato cui lentamente spuntano ali implumi e poi, altrettanto lentamente, vere e proprie piume adatte al volo. E Ricky alla fine vola davvero. Prima nel piccolo e povero appartamento di periferia dove vive con i genitori e, alla fine, via per sempre lontano da tutti.
Liberamente tratto dal romanzo di Rose Tremain (Moth - Falena), il film però, prima di diventare favola, parte come una dura storia proletaria alla Ken Loach. La madre di Ricky, Katie (Alexandra Lamy), lavora come operaia in una fabbrica di prodotti chimici tossici e ha già una figlia a carico, mentre il padre Paco (Sergi Lopez) è un operaio precario della stessa azienda. Dalla loro relazione nasce Ricky che Katie, nonostante le implumi ali di pollo che gli spuntano sulla schiena, protegge da tutto e tutti e accetta come se fosse una cosa del tutto normale.
«Cerco di non spiegare troppo dei miei film - dice Ozon - in modo che il pubblico stesso possa riempire i buchi neri e diventare a sua volta cineasta. Ci sono tanti Ricky, tante possibili interpretazioni quanti sono gli spettatori: prospettiva religiosa o marxista, dipende dalla formazione di ciascuno». Per un cineasta come lui, che ha fatto tanti film su famiglie disfunzionali, famiglie che vanno a pezzi «in Ricky alla fine la famiglia in qualche modo sopravvive proprio grazie a questo miracolo che le capita in casa».
Somiglianze con le favole? «Certo un po’ questo film può ricordare le favole dei fratelli Grimm come Hansel e Gretel e Pollicino. Anche lì tutto inizia in maniera cupa e poi alla fine arriva il fantastico a salvare il tutto».
Ma il tema centrale del film è la famiglia. «Un bambino - osserva Ozon - non è per forza felicità, ha anche un lato mostruoso, che evidenzio con la metamorfosi da brutto anatroccolo ad angelo. La maternità non è solo rosa e fiori, anche nel mio nuovo film Le refuge (passato a Toronto e premiato a San Sebastian, da marzo 2010 in Italia con Teodora) la indago tra bellezza e complicazioni. E anche diventare padre è difficile...».
E l’altro grande tema è l’impatto dei mass media sulla vita reale. «All’inizio - spiega il regista - volevo fare un film-denuncia sui media, poi ho preferito inquadrare il dissidio tra il mondo interno della madre, che vorrebbe tenere per sé il figlio, e il mondo esterno di stampa e tv, che vorrebbe fare di Ricky un fenomeno da baraccone. Ma solo i borghesi possono credere che sia facile dire di no ai media, e il proletario Paco lo dimostra».