«Ricordatevi chi è Tonino»

«Gli dissi: ma dove pensi di arrivare, vuoi fare il presidente del Consiglio?». Di Pietro rispose: «Ci sono incarichi istituzionali più importanti». Il presidente della Repubblica? «Quello è un incarico istituzionale». Gli replicai che si era montato la testa. Lui imperterrito aggiunse: «Senti, oramai a me basta dare un calcio per spostare sette-otto milioni di voti». Il racconto è del gentiluomo Giancarlo Gorrini, giudicato «attendibile» quando mise a verbale questo colloquio risalente all’estate 1994. È il signore che prestò a Di Pietro i famosi 100 milioni senza interessi (da non confondere con quelli che gli diede Antonio D’Adamo, altro imprenditore inquisito), oltre a elargirgli soldi per ripianare debiti di gioco altrui, e la famosa Mercedes poi rivenduta a prezzo maggiorato, pacchetti di pratiche legali per la moglie, un impiego per il figlio Cristiano, viaggi in jet privato e addirittura «ombrelli, agende, penne e cartolame vario, stock di calzettoni al ginocchio». Ma chi se ne frega di questo: il punto è che Di Pietro aveva ragione, quando nel 1994 pensava di avere in pugno gli italiani. Il 95 per cento gli era favorevole. La domanda da rivolgere a Veltroni, che s’è imparentato con Di Pietro lasciando fuori radicali e socialisti, resta dunque questa: quanto ancora potrà nascondere i mugugni della base diessina? La base, cioè, che Di Pietro proprio non lo sopporta? Se Di Pietro è passato dai potenziali plebisciti del 1994 al misero 3,9 del 2006, ecco, non ci sarà una qualche ragione? In altre parole: Walter, ma te lo ricordi chi è Di Pietro? Di Pietro, opinione personale, è il caso più impresentabile della recente storia italiana. Di Pietro, opinione diffusa nel centrodestra, è l’uomo che di fatto ha affondato i principali partiti della Prima Repubblica tranne uno: quello che ora lo candida e che già lo candidò nel 1997, al Mugello, prima che fosse eletto e cominciasse a palesarsi come la girandola più inaffidabile del panorama politico. Di Pietro, soprattutto, è un boccone che tanti elettori di centrosinistra non è detto che vogliano ingoiare. Il mugugno infatti straripa sul web ed è ben rappresentato da quanto scrive Luca Sofri sul suo blog Wittgenstein, peraltro tirando una stoccata anche all’amico Giuliano Ferrara: «Con le mail che arrivano contro l’apparentamento del Pd con Di Pietro potrei fare due-quattro pagine di inserto quotidiano e poi convincermi a partecipare alle elezioni con una lista mia: Pagnoncelli mi dà l’otto per cento». Di Pietro è lo spauracchio che secondo Veltroni dovrebbe tenere sottotraccia i grillisti e forcaiolisti del Paese, tanto che il molisano avrebbe voluto candidare gli appositi Luigi De Magistris e Marco Travaglio. Ma è anche l’uomo che ti metterà sempre i bastoni tra le ruote per portare a casa qualcosa. Non c’è speranza che Di Pietro abbandoni i leitmotiv riguardanti i costi della politica, la corruzione, la moralità di questo e quello, ovviamente la difesa d’ufficio anche della più strampalata inchiesta della più imboscata procura: sul suo sito internet infatti troneggia su tutto un’auspicata «Trasformazione etica del Paese». Di Infrastrutture, ciò di cui è stato ministro, non parla mai. Di Pietro ha sempre fatto notizia per altro: ha inaugurato la moda dello scendere in piazza a protestare contro il governo di cui si fa parte (presto imitato) e soprattutto ha minacciato più dimissioni di Mastella. Delle dispute tra i due sappiamo ormai tutto, del resto si somigliano: entrambi meridionali, entrambi originari di paesini dove sono considerati dei semi-dei, entrambi pensionati baby, entrambi con un partitino di aficionados con elettori geograficamente delimitati, entrambi buoni amanti del mattone: Mastella con l’ormai celebre appartamento romano, Di Pietro per il famoso affitto a equo canone elargito dal Fondo pensioni Cariplo (dove piazzò il figlio) e poco tempo fa con l’acquisto di due appartamenti pagati con un mutuo poi risultato inferiore all’affitto che intanto gli versava la sua Italia dei Valori. L’Italia dei Valori del resto appartiene a Di Pietro per statuto notarile, al pari dei finanziamenti pubblici. Definirlo accentratore è poco, e ricordarsi il nome di un suo collega di partito resta difficile. Pietro Mennea ha preferito fare il sindaco di Barletta. L’ex fidatissimo Elio Veltri, che lo sosteneva dall’88, ora gli spara contro. Valerio Carrara fu l’unico parlamentare dipietrista eletto nel 2001: ma passò al Gruppo Misto prima ancora che si insediassero le Camere. E poi Rino Piscitello, Federico Orlando, Milly Moratti, Sergio De Gregorio, persino Paolo Flores D’Arcais: «Gente che ha capito il personaggio e ha preso le distanze» ebbe a commentare Veltri. Ma a Veltroni andrà senz’altro meglio: pare che Di Pietro abbia frequentato corsi di dizione e comportamento, e infatti nei talk show pare sempre inesploso. Ha abbandonato quella severità inutile che si stemperava sempre in sorrisi repentini, enfatici, da attore del cinema muto: ma il richiamo della foresta lo porta a rispolverare ogni volta il medesimo macro-messaggio: sono Di Pietro, quello di Mani pulite, quello che arresta i politici e i ladri della robba vostra, ci penso io. Comunque sia, conduttori e giornalisti hanno preso ultimamente ad amare le sue sgangherate vaghezze: non ricordano più le sue 500 querele, né quando nel 1996 disse che avrebbe preso «a schiaffi e pedate chi mi ha indotto a dimettermi dal ministero dei Lavori pubblici», né le sue proposte circa il «decreto cautelare di rettifica». Tantomeno ricordano quando Di Pietro, nel dicembre 1994, sempre a proposito di testate e di giornalisti, prese a testate un giornalista dopo averlo riempito di calci e di pugni. Ogni tanto, immemori, i giornalisti tornano a chiedergli perché si dimise dalla magistratura: e nessuno che menzioni la sentenza del Tribunale di Brescia del 29 gennaio 1997: «Palese suo il desiderio di lasciare l’incarico giudiziario nel momento di massima popolarità e seguito, e ciò non poteva non essere funzionale e strumentale ad un successivo sfruttamento di questa popolarità, proprio in vista di quella progettata attività politica». Quando Di Pietro riesce a sostenere che in Mani pulite non ci furono assoluzioni o quasi, oggi, non c’è nessuno che abbia la memoria di ricordargli qualche personaggio finito anche in galera inutilmente. Per esempio Fausto Tombini, Giovanni Picchiello, Pietro Liberatore, Antonio Massimino, Pasquale Martarelli, Mario Epis, Enrico Caldiroli, Mario Castellano, Angelo Meazzini, Vittorino Colombo, Clelio Darida, Gianstefano Milani, Barbara Pollastrini, Gianni Cervetti, Luigi Canovi, Lorenzo Crosta, Mariuccia Mandelli, Gianfranco Ferré, Carlo Radice Fossati, Bruno Tabacci, Remo Gaspari, Luigi Baruffi, Giorgio Casadei, Generoso Buonanno, Giuseppe Adamoli, Serafino Generoso, Roberto D’Alessandro, Vincenzo Costanzo, Carlo Patrucco, Franco Nobili, Vittorio Barattieri, Daniel Kraus. Potremmo continuare, ma adesso sono affari di Veltroni.
Filippo Facci