Ricordiamoci del bluff aviaria

«Pandemia» - cioè epidemia a diffusione vastissima - è un vocabolo che da qualche anno ha fatto irruzione nel vocabolario della gente comune. Divenne popolarissimo nel 2001, quando comparve sulla scena dei malanni umani il morbo della mucca pazza. Stavamo per metterlo in archivio quando sopraggiunse la Sars, la sindrome acuta respiratoria severa. Cui seguì l’aviaria, che pareva dovesse diffondersi con la velocità del fulmine decimando l’umanità. Ora è il turno della peste o febbre o influenza suina - «gripa puerca» è chiamata in Messico, dove si è manifestata - che a dire dell’Oms, l’Organizzazione mondiale della sanità facente capo all’Onu, «rappresenta una situazione seria con rischio», appunto, «di pandemia». Anche nei casi precedenti, mucca pazza, Sars e aviaria, l’Oms aveva lanciato l’allarme pandemia prefigurando milioni di morti e l’insorgere di problemi sanitari giganteschi. Anche se poi, a conti fatti, di mucca pazza si registrarono, nel mondo, 139 casi, di Sars 890 e di aviaria 369. Cifre che non solo possono essere riferite a un fenomeno pandemico, ma nemmeno epidemico. Però, anche ridotti a quelle proporzioni, costarono all’Italia, ovvero ai suoi contribuenti, qualcosa come mille miliardi di lire. Mettere in guardia (piuttosto che lanciare allarmi) è un compito istituzionale dell’Oms. Solo quell’organismo, che rappresenta una sorta di «unità di crisi» dell’andamento sanitario del globo, ha infatti i mezzi tecnici, scientifici e umani per individuare e tenere sotto controllo i focolai di malattie infettive. Ha anche, o almeno dovrebbe avere, gli strumenti e le conoscenze per valutare la velocità di trasmissione di un morbo e le sue dirette conseguenze. E invece sembra che disponga di due soli parametri di giudizio: la pandemia da un lato e dall’altro il numero probabile delle (...) [TESTO-INFRA](...) [TESTO]vittime, immancabilmente calcolate in milioni di individui. Sembra che non abbia altro scopo, l’Oms, di diffondere il panico e motivare misure di prevenzione che si risolvono in pesante danno per l’economia in generale e per il cittadino in particolare. Non dimentichiamo la mattanza di bovini e i divieti alimentari al tempo della mucca pazza. La frenetica messa in opera di reparti ospedalieri ad altissimo isolamento al tempo della Sars. La soppressione di una quantità inverosimile di polli e animali da cortile oltre all’acquisto di 38 milioni di dosi di vaccino, per cinque milioni e mezzo di euro, al tempo dell’aviaria. Eppure, malgrado le passate esperienze negative, l’Oms torna oggi alla carica qualificando come pandemia la febbre suina circoscritta al Messico e valutando al solito in milioni coloro che venendone colpiti ci rimetteranno la vita. La peste suina è una malattia virale molto seria. Ma il contagio avviene o direttamente, attraverso il sangue e le feci del suino infetto, o indirettamente assumendo salsicce, prosciutti o altri salumi prodotti con carne suina contaminata. Se è dunque giusto mettere in guardia, fare opera di prevenzione, indurre i consumatori alla prudenza e consigliare i turisti, ove si recassero in Messico, di non mettersi a ravanare nelle porcilaie, è del tutto fuor di luogo un isterico allarmismo che induca il consumatore a rinunciare alla carne di maiale (noi, questo è certo, non importiamo né suini né prosciutti dal Messico) e le autorità ad acquistare ingenti quantitativi di vaccino, con grande soddisfazione dell’industria farmaceutica. La quale ovviamente non ha nessuna colpa, ma sta di fatto che nelle «emergenze pandemia» è l’unica a guadagnarci. Cosa muova l’Oms a dichiararle con tanta sospetta frequenza non è dato sapere e non saremo noi ad avanzare ipotesi, che tuttavia altri hanno avanzato. Quale che sia, con questo continuo gridare «al lupo, al lupo!», essa sta riducendo al lumicino la sua credibilità, cosa davvero imbarazzante per un organismo dell’Onu specie se a darle il colpo di grazia è una «gripa» malauguratamente «puerca».