Il ricordo di «Bocca di rosa» alla stazione di Sant’Ilario

Quando posso, mi piace salire dalla Baia di Capolungo alla Chiesetta di Nostra Signora della Mercede, gioiello d'arte barocca, situata poco prima del Pime. Quando nel 1990 fu restaurata l'allora parroco don Luigi Rescalli mi fece notare la statua della Madonna, l'ultima opera di Antonio Canepa scultore anche della Vergine della Guardia: «Con questo volto di donna, dolce e serio, l'artista ha raggiunto la massima espressività».
Quando vi torno, a metà della crösa Bruno Bonanno, caduto per la libertà a 18 anni nel 1945, una vetrinetta sul muro di destra che la fiancheggia da sempre attira la mia curiosità. Nel 60° di fondazione (24 luglio 2005) la Società Sportiva Sant'Ilario la dedicò a «Bocca di rosa» di Fabrizio De André. All'interno vi sono un libro aperto in ceramica, opera dello scultore Adriano Leverone con versi di Max Manfredi, e una targa. Stimolata dalla mostra sul cantautore, ho chiesto il perché alla professoressa Claudia Benvenuto, che abita non lontano ed è stata a lungo consigliere nella Circoscrizione IX Levante. «Sulla piazzetta a metà della crösa - mi dice - c'è la vecchia stazione di Sant'Ilario: sono stati gli abitanti di Capolungo a volere la dedica, grati a Fabrizio perché nella canzone la ricorda». Ora mi tornano in mente i versi: «La chiamavano bocca di rosa / metteva l'amore sopra ogni cosa /...appena scesa alla stazione del paesino di S. Ilario / tutti si accorsero con uno sguardo/ che non si trattava di un missionario». E i versi dell'Acrostico rosa di Manfredi chiosano De André: «Certo il labbro / allorquando bacia ed osa / coglie quel fior, fra pregiudizi e caeti! /... Rise e portò in paese amor fatale/ ora il nome si cela ma è palese...».
La mia prima riflessione mi riporta il ricordo di un'ottima collaboratrice domestica pugliese con una figlia, Barbara, brava studentessa, abile ricamatrice, che si aiutava agli studi portando la pubblicità in cassetta o facendo la baby sitter. Un giorno la madre arrivò con la fronte come una nuvola perché la figlia usava troppo il cellulare. L'aveva sgridata ma la ragazza le disse: «Toglimi tutto quello che vuoi ma non il telefonino, ho bisogno di comunicare». La madre aveva accettato lo spreco con un senso di rispetto e con lo stesso rispetto mi raccontò della mattina che Barbara andò al funerale di De André perché «Fabrizio se lo merita». La seconda riflessione è che una canzone, se ha forza di poesia, raggiunge molte più persone di quante leggano un libro e versino le loro lacrime come feci io con le mie diciottenni su Leopardi che mi aprì mondi. Ritrovo un magistrale articolo di Dario Vassallo (su questo giornale) per Bob Dylan a Genova per il concerto dei suoi cinquant'anni e penso alla prima tesi universitaria che lo «laureò» poeta (non so se ci siano già tesi su De André); penso al vanto della Scuola genovese dei Cantautori e a Bruno Lauzi che ha avuto il Premio Dante Alighieri per il linguaggio.
La poesia trascina, la gente si sente grata per la canzone che l'ha alfabetizzata ai sentimenti, la canzone che anche a capelli bianchi ci riporta il mondo d'oro della giovinezza! De André nella sua protagonista ha rivestito di leggiadria il mestiere più antico del mondo e quando salgo a Capolungo dalla mia Madonnina, questa ha due angioletti con catene spezzate ai polsi (un antico miracolo contro la schiavitù). Penso al mercimonio che dilaga per le nostre strade cittadine e sogno un miracolo che spezzi le catene di criminalità, droga e corruzione alle spalle delle odierne «bocca di rosa». Conclude il testo di De André: «Si sa che la gente dà buoni consigli, se non può dare cattivo esempio» e finisce con l'immagine di una processione dove con «La Vergine in prima fila / e bocca di rosa poco lontano / si porta a spasso per il paese / l'amore sacro e l'amor profano».