Il ricordo Faceva l’amicone di tutti. Come una spia da manuale

La famosa fotografia in prima pagina sul Corrierone non è la semplice istantanea di una cena conviviale: è un racconto, una narrazione, una storia che, da sola, illumina la vicenda che va sotto il nome di «Mani pulite», la falsa rivoluzione incarnata dall’eroico Pm (delle manette).
Costui ha sempre avuto intorno a sé, sull’abbrivio dell’inchiesta che si giovava di un impressionante fuoco di sbarramento mediatico giudiziario a proprio favore, un doppio alone: dell’eroe chiamato a fare pulizia e del personaggio ambiguo e doppiogiochista con tendenze ai giochi sporchi e con dietro qualche burattinaio.
Per questo la fotografia del Corriere parla da sola e racconta il doppio Di Pietro, il Pm amico degli agenti segreti italiani e americani in una comunità d’intenti, al di là della cena, che manifesta una comune professione da nascondere.
Troppe volte il Pm ha dato più che l’impressione, la certezza di comportarsi come un agente, non della Ps, ma di qualche Servizio segreto sia nei suoi viaggi all’estero, sia nelle sue frequentazioni, sia nel fare «bassi» servizi per qualcuno sotto il sole dei Tropici sia nei diversi comportamenti in quella che «dopo» chiamò sprezzantemente «Milano da bere», ma che «prima» amava frequentare, ne conosceva la piacevole way of life con tanto di fringe benefits, ne praticava i vizi e le virtù.
Tecnicamente: faceva l’amicone in un gruppo di persone per infiltrarsi, frequentandoli in cene conviviali, in salotti, a casa sua ecc. Dopodiché cominciava a prender le «misure per qualcuno», un lavoro che comprendeva la richiesta di favori, di case, di introduzioni, di segnalazioni e promozioni di amici importanti nel settore dei Servizi segreti (erano il suo debole) che, talvolta, avevano come contropartita delle problematiche connesse all’ambito giudiziario.
La sua disponibilità esprimeva una spergiurata lealtà che menti un po' più raffinate avrebbero catalogato sotto la voce: falsi d'autori, e del resto, l’agente infiltrato sorprende e colpisce proprio quelli che ha fatto diventare amici in virtù di un’arte affabulatoria funzionale a scambi vicendevoli ma anche a tradimenti repentini, trasformando gli amici in vittime, quando accorgersene è troppo tardi.
Diventato l’eroe manettifero col coro assordante dei mozzorecchi, proclamava di non guardare in faccia a nessuno perché applicava la legge. Mentiva: perché alcuni furono dannati da lui, altri salvati. Per questo fallì «Mani pulite». Quanto alla legge, aveva certamente il potere di applicarla, ma arbitrariamente, il che terrorizzava tutti, compresi certi giudici.
Ciò che emerge oggi, anche al di fuori del perimetro della fotografia, è una puntuale conferma della sua natura per così dire doppia, a parte il fatto che molte delle cose che si dicono oggi erano state dette molti, molti anni fa quando, però, venivano silenziate dal superomismo di questo funzionario dello Stato, diventato il paravento dietro cui annientare un’intera classe dirigente per regalare il paese ai poteri forti antipolitici che se lo sono mangiato a pezzi e a bocconi.
Ciò che sta venendo alla luce, conferma una costante del suo comportamento: fare del male agli amici, abbandonarli nel momento del bisogno, lasciandoli al loro destino. Era lo stesso comportamento tenuto quindici anni prima, contro alcuni suoi amici personali, imprenditori, costruttori, funzionari dello Stato da lui traditi e finiti, grazie al suo contributo determinante, in rovina se non alla morte.
E oggi? Beh, non è un caso la sua rottura con l’amico e sodale Elio Veltri (per ragioni di fondi) e quella con l’avvocato Di Domenico, l’amico del cuore col quale scrisse lo statuto dell’Italia dei valori, ma finendo espulso da questa strana associazione triproprietaria che accumula un catasto a gestione privatissima coi fondi pubblici.
Agente doppio, o triplo, infiltrato, burattino? I dubbi sono pochi. E le sue reazioni di queste ore ne tradiscono il nervosismo perché si tenta di puntare i riflettori (finalmente) sulla zona grigia in cui è cresciuto e si è mosso. Non avremo da lui nessuna ammissione, nessun pentimento, soprattutto, nessun sentimento, che è tipico degli spioni al servizio di questo o di quello.
Né avrà grane dai suoi giudici, essendo ormai evidente l’appartenenza alla dimensione dei grandi misteri del nostro tempo, come quelli imperscrutabili di Fatima, l’essersela cavata in una sessantina di procedimenti penali, come scrive l’ottimo Facci, e in una quasi ventina, come ha ammesso lui, contro Di Domenico.
Infine, chi fa quella sua professione borderline non ha tempo per i sentimenti, non ha reazioni umane, non è strutturato per ammettere la propria natura «doppia», non può dire chi è. È come un robot teleguidato. Anche i robot, quando non servono più, finiscono nelle discariche.
*Pubblicato dal
quotidiano «l’Opinione»