Il ricordo/Un cappello di paglia tra le paillettes di Chiambretti

ARTE IN TV Sotto i riflettori le sue parole erano un soffio, e tutti noi ospiti restavamo in adorazione

U n cappello bianco, di paglia. La sciarpa lunghissima, bianca pure quella. E un bastone a regolare un equilibrio diventato difficile. Alda Merini seduta su una poltrona al centro di un night club. Roba televisiva, Piero Chiambretti l’aveva intuita, immaginata, cercata, voluta e infine avuta. Una donna d’arte, di poesia e prosa, una esistenza di pensieri e di parole, calata, come dall’alto ma silenziosamente, senza riflettori abbaglianti, senza strilli, in mezzo al circo di ballerine e di cantanti, di attori e di musicisti.
Merini, amava farsi chiamare così, senza nome, come si usava fare a scuola durante l’appello. Riusciva a spegnere le luci attorno, illuminandosi con una voce che era un rantolo ma diceva cose e tante, con un sorriso accennato ma verissimo e furbastro e, attorno, era silenzio improvviso. Serviva ad accentuare l’attenzione per quello che la poetessa sussurrava, diceva, ammiccava. Erano i giorni cattivi del terremoto, la musica di Chopin accompagnava immagini feroci, macerie di cose e di vite: «Anch’io sono stata una terremotata, da un manicomio all’altro», quasi scherzando con la propria malattia, esaltandola addirittura perché da quella casa di cura della mente era venuta fuori con un miracolo, dieci e più anni a inseguire una luce.
Chiedeva di accendere una sigaretta, si era laccata di rosso le unghie, aveva dipinto le labbra con una striscia di rossetto, in linea con lo spettacolo di Chiambretti, la collana di perle era nascosta da scialle e orpelli non meglio definiti, portava braccialetti che una sua amica aveva disegnato e confezionato, erano ninnoli con i quali giocava come una bambina. Restavamo in adorazione e in ascolto, aspettando un pensiero; fosse anche piccolo diveniva grande, enorme, un mantello che finiva per avvolgere il resto di quella sala di paillettes e ciprie. Ci ha detto che «il Padre Eterno era arrabbiato con noi ma che Dio stava, sta e starà accanto a noi stessi, anche nel dolore seppure non possiamo capirlo. Stringiamo i denti e andiamo avanti, la poesia, la preghiera, il canto servono a vincere». Era stata la moglie del panettiere Ettore Carniti, ci raccontava quello che non sapevamo per ignoranza e distrazione, era fragrante come una michetta appena sfornata. Non recitava, non declamava, parlava semmai, diceva, era un mormorio accompagnato dal movimento degli occhi a cercare un sorriso, non certo l’applauso del pubblico presente ma un pubblico qualunque. Milano, la sua Milano, restava fuori con la sua follia senza poesia, pronta a riprendersela. Merini si sentiva tradita e la preferiva di notte, quando il frastuono faceva posto al vociare più prudente e le luci davano calore al nulla. Era come le sue poesie, lontane e di nuovo presenti, non più e soltanto in un libro, nell’affabulare sontuoso, accademico ma davanti a una telecamera. Ha detto che la vita non ha un senso anche se c’è ancora chi cerca il senso della vita: «Dobbiamo ascoltarla, la vita... siamo noi a darle un senso». Ascoltare, infinito presente ormai diventato passato. Giovanni Nuti cantava «La stufa di Maiolica», Merini, appena di fianco, in piedi, come una diva del cinema in bianco e nero, seguiva le note e suggeriva le parole, da lei medesima scritte «...una stufa che mi ridesse il buonumore...». La bizzarra cantante Arisa, dietro gli occhialoni da cartone animato, scrutava la poetessa come si fa con i pesci davanti all’acquario. «Ho provato il dolore? Anche di non vedere gli introiti delle mie opere...». Era questo vivere, comune, semplice e, insieme, imprevedibile e divertito, come era stata la sua stessa esistenza, trentasette elettroshock a scuotere il male e a restituire l’amore: «Non ho bisogno del Nobel, l’ho vinto con l’amore dei ragazzi, degli amici, l’ho vinto qui in Italia». Chiedeva una sigaretta, guardando negli occhi il Piero impettito nello smoking blu e lo coccolava astutamente: «Io la amo, lei mi piace». Era una carezza scherzosa, era un copione improvvisato, poesia naturale. Il night riapre domani notte. Cercheremo un cappello bianco, di paglia, una sciarpa, lunghissima. E un braccialetto. Invano. Restano le parole, mille e bellissime, tutte.