"Ricostruita la storia della moglie segreta del Duce"

Marco Bellocchio, regista del film <em>Vincere</em>, ci racconta come ha ricostruito il matrimonio fantasma del Duce: &quot;Ho immaginato un sogno, anzi un semidelirio di una donna in manicomio&quot;. E si chiede: &quot;Mi ha stupito il silenzio degli ex missini. Vorrei sapere cosa pensa Fini&quot;

Il caso storico del momento non c’è, non esiste. Evaporato. A smontarlo è proprio colui che lo ha riaperto sullo schermo: «Guardi, non m’interessa niente. Sono indifferente». Insisto: ma lei pensa che nel 1914 le nozze religiose fra Benito Mussolini e Ida Dalser siano state celebrate sì o no? Marco Bellocchio, regista di Vincere, con Giovanna Mezzogiorno nei panni della Dalser e Filippo Timi in quelli di Mussolini, non si sbilancia, anzi rimane in perfetto equilibrio: «Al 50 per cento sì, al 50 per cento no».

Ha tratto l’ispirazione per il film da una mia intervista con Marco Zeni apparsa sul Giornale otto anni fa. Mi ha citato in conferenza stampa al Festival di Cannes. Mi ha fatto quasi litigare col mio amico Giordano Bruno Guerri, studioso del fascismo persuaso che quel matrimonio sia stato ampiamente «consumato» ma non «rato». Adesso è dura dover concludere, per di più davanti a un anodino piatto di tagliatelle al coniglio servito in una rumorosissima trattoria di Firenze, che abbiamo entrambi le polveri un po’ bagnate. Magari c’è di mezzo una nemesi profetica che riguarda Il Giornale, così si chiamava il quotidiano del cinico caporedattore Bizanti (Gian Maria Volonté), protagonista di Sbatti il mostro in prima pagina: Bellocchio girò quel film nel 1972, Indro Montanelli avrebbe fondato questa testata soltanto due anni dopo.

In molti, storici e giornalisti, si sono occupati dell’odissea di Ida Dalser, la trentina che l’11 novembre 1915 diede a Mussolini - già padre di Edda, avuta da Rachele Guidi - il primo figlio maschio, Benito Albino, riconosciuto dal futuro Duce con un’attestazione di paternità sottoscritta l’11 gennaio 1916 nello studio notarile Buffoli a Monza. Fra gli altri, Renzo De Felice, Denis Mack Smith, Paolo Monelli, Oriana Fallaci, Alfredo Pieroni, Arrigo Petacco, Gustavo Bocchini Padiglione. Ma quello cui Bellocchio dà in assoluto più credito è Zeni, conosciuto attraverso Il Giornale. Lo ha pure voluto al suo fianco in smoking alla cerimonia di consegna della Palma d’oro sulla Croisette, dove alla vigilia Vincere figurava nella rosa dei cinque favoriti. Fino al 2008 giornalista della sede Rai di Trento, oggi in pensione, Zeni ha indagato per dieci anni sull’infelice conterranea e sul figlio Benito Albino, entrambi internati dalle autorità fasciste per soffocare lo scandalo e morti in manicomio, lei nel 1937, lui nel 1942.

Bellocchio non ha però difficoltà a riconoscere, e io con lui, come sul piano logico non faccia una grinza nemmeno la tesi sostenuta nel libro L’harem del Duce (Mursia) da Gustavo Bocchini Padiglione, pronipote dell’Arturo Bocchini che fu capo della polizia fascista dal 1926 fino alla morte, avvenuta nel 1940: «Non si capisce perché Ida Dalser non abbia tirato fuori dalla borsetta, come un mago il coniglio dal suo cilindro, quel benedetto certificato di matrimonio che si diceva portasse sempre con sé». Il 19 maggio 1916 la presunta sposa aveva citato in giudizio «il caporale Mussolini Benito» affinché le venisse «riconosciuta la tutela del minore Benito Albino» e le fossero risarciti «tutti i danni materiali e morali per seduzione con promessa di matrimonio non mantenuta». Ma non esibì al giudice quella prova decisiva. «Perché?», si chiede Bocchini Padiglione. «Viene spontanea la risposta: perché nella borsetta quel documento non c’era e non c’era mai stato: il matrimonio esisteva solo nella sua testa». Il regista annuisce: «A me interessava la sua fissazione, la consumazione della tragedia. Il punto di partenza è stato passionale».

Giusto per non dismettere i panni di avvocato difensore della sventurata, alla fine tocca a me consegnare a Bellocchio tre documenti ufficiali - non uno: tre - che qualificano la Dalser come moglie di Mussolini. Il primo, ormai arcinoto: la ricevuta del Comune di Milano, numero d’ordine 15.961, datata 21 ottobre 1916, in cui «il Sindaco del suddetto Comune attesta che la famiglia del militare Mussolini Benito è composta della moglie Dalser Ida e di n. 1 figli». Il secondo, risalente a quattro giorni dopo: l’atto numero 31035 del Comitato centrale di assistenza per la guerra del medesimo Comune di Milano, che rilascia la tessera per la riscossione del sussidio settimanale a «Dalser Ida moglie del militare Mussolini Benito». Il terzo: un foglio accompagnatorio del 19 dicembre 1915 con cui l’Ufficio comando del 12º Reggimento bersaglieri trasmette «alla signora Ida Dalser Mussolini» un telegramma del marito che sta combattendo al fronte. Tutti e tre falsi? Mario Gianani, produttore di Vincere, piega con cura le fotocopie. Ma il sensorio del regista rimane spento: «Lo trovo un aspetto secondario». A questo punto getto la spugna anch’io e mi tuffo prima sulle scialbe tagliatelle e poi sull’arrendevole biografo di Ida Dalser.

Giordano Bruno Guerri ha sostenuto che in «Vincere» lei ha commesso «un falso grave», facendo sposare Mussolini e la Dalser addirittura in chiesa.
«Non direi proprio. L’ho rappresentato come un sogno, tant’è vero che dopo la scena delle nozze si vede la Dalser che s’alza dal letto. Ida è già reclusa nel manicomio di Pergine, quindi ho immaginato un semidelirio. Non l’ho fatto per opportunismo. Ripeto: il tema del matrimonio è importante, ma non decisivo».

Un falso, secondo Guerri, anche la scena iniziale che fa risalire la conoscenza fra i due amanti al celebre episodio in cui il futuro Duce, per dimostrare che l’aldilà non esiste, sfidò Dio a fulminarlo entro cinque minuti: «Peccato che l’episodio risalga ai primi anni del secolo e Mussolini si trovasse in Svizzera, non in Trentino».
«Gli storici si giudicano dalla precisione, i registi dall’efficacia. Sono operazioni di sintesi, legittime in un film. Ho mostrato episodi veri, però non contestuali e contemporanei. Dovendo raccontare 30 anni in due ore, i falsi sono più d’uno, come ha giustamente rilevato Emilio Gentile sul Sole 24 Ore. Pensi al film su Aldo Moro. Non mi risulta che il presidente della Dc sia uscito dalla prigione delle Brigate rosse camminando sulle proprie gambe».

Non sarebbe stato meglio attenersi con scrupolo alle fonti storiche certe per dare maggiore credibilità a tutto l’impianto?
«Se è per quello non si trova sui libri di storia neanche la scena della pistola, quando la Dalser dice a Benito Albino: “Qui c’è un colpo solo. È per il cuore di tuo padre”. Si tratta di una testimonianza tramandata dai vecchi di Sopramonte, il paese natale di Ida. Un’anziana signora l’ha raccontata sul set al mio truccatore e io ho voluto inserirla nel film».

Ma lei come giudica Ida Dalser?
«È una donna oggettivamente antipatica. Però mi ha trasmesso una grande emozione. In una società impaurita dalla dittatura, dimostrava un coraggio indomabile, che sconfinava nella follia, nell’autolesionismo».

Sullo schermo Giovanna Mezzogiorno sembra immedesimata fino allo spasimo nel personaggio.
«Un attore ha bisogno di un’immagine alla quale appigliarsi nella recitazione. Lei ha pensato a sua madre, Cecilia Sacchi, figlia di Filippo Sacchi, il critico cinematografico antifascista che alla caduta di Mussolini, il 25 luglio 1943, diresse il Corriere della Sera per pochi giorni. Una donna che ha nutrito per il marito Vittorio Mezzogiorno una devozione assoluta: per amore ha rinunciato alla carriera di attrice, lo ha seguito ovunque, gli ha perdonato le scappatelle coniugali, lo ha assistito fino all’ultimo nella malattia. Giovanna mi ha confessato che è stata questa generosità quasi eroica della madre ad aiutarla a costruire il personaggio di Ida».

Crede che Mussolini abbia avuto parte attiva nel far seppellire vivi in manicomio la moglie-amante e il figlio naturale?
«Indiretta. Ha lasciato fare. E ne ha pagato le conseguenze. C’è la testimonianza del suo cameriere, Quinto Navarra, che riferisce come il Duce fosse stato colto entrambe le volte da una violentissima crisi di ulcera alla notizia dei decessi. “Tu cadrai quando nostro figlio morirà”, gli aveva predetto Ida in una delle sue lettere apocalittiche. Il dittatore era molto superstizioso. La caduta del fascismo avviene 11 mesi dopo la morte del figlio».

La domanda chiave è: perché Mussolini avrebbe dovuto sposare la Dalser?
«Dal suo punto di vista, non aveva alcun interesse a farlo. Per lui la moglie ideale era la Guidi, una donna del suo paese, che parlava il suo stesso dialetto, una mezza parente. Si fidava solo di Rachele. Mussolini era spregiudicato in politica ma conservatore in famiglia. Quindi la Dalser aveva già perso in partenza».

Che cosa cambia se le nozze religiose fra Mussolini e la Dalser non fossero state celebrate?
«Niente, nella sostanza. Molto, per l’opinione pubblica. L’ho capito solo girando il film. Gli amici della troupe continuavano a chiedermi: ma l’ha sposata o no? Per loro era un discrimine fondamentale, che io non riuscivo a cogliere. Sa, non è che senta molto il matrimonio... Mi ha telefonato padre Virgilio Fantuzzi, critico cinematografico della Civiltà Cattolica, la rivista dei Gesuiti. Era entusiasta. Dice che Vincere è un film teista».

Bocchini Padiglione afferma che nell’archivio diocesano di Milano, città in cui secondo Zeni sarebbe stato celebrato il matrimonio religioso, non v’è traccia dell’atto.
«Basta leggere i titoli di coda di Vincere, dove ho voluto precisare che il documento del matrimonio non è mai stato trovato. Nell’archivio diocesano milanese Zeni ha scoperto che è sparito anche l’atto delle nozze fra Mussolini e Rachele Guidi celebrate nel 1925. Vuol forse dire che non sono mai avvenute nemmeno quelle?».

Sul piano storico o politico, che reazioni ha avuto dopo l’uscita del film?
«Mi ha stupito l’imbarazzato silenzio degli ex missini che hanno ripudiato il fascismo. Mi piacerebbe sapere che cosa ne pensano Gianfranco Fini, Ignazio La Russa, Gianni Alemanno, Francesco Storace. Gli suggerirei di andare a vederlo. Non per accertare che siano sinceri democratici, lo saranno senz’altro. Ma visto che sino a pochi anni fa consideravano Mussolini il più grande statista del secolo scorso...».

Fini ha cambiato idea.
«Appunto. Vorrei discuterne con lui in modo sereno, proprio perché ho apprezzato certe sue aperture, inaspettate e oneste. Sul caso Englaro ha fatto dichiarazioni sorprendenti».

Ho capito, lo vedrebbe bene al Quirinale.
«Più di Berlusconi senz’altro».

Lei è di sinistra, da ragazzo il suo idolo era Lenin, però non proviene da una famiglia di antifascisti. Che giudizio dà dello statista Mussolini?
«A 20 anni pensavo che Lenin fosse buono, un idealista, e Stalin cattivo. Poi s’è scoperto che erano entrambi cattivi. Quanto a mio padre, era un borghese di una famiglia agraria di Bobbio, nel Piacentino, un avvocato che indossava la camicia nera una volta l’anno e accettava il fascismo solo per poter farsi gli affari suoi. Mise al mondo otto figli, io sono l’ultimo, ed ebbe una lettera autografa del Duce che si complimentava per la famiglia numerosa. L’infamia delle leggi razziali è incancellabile. Ma non sono estremista come gli ex fascisti, che oggi considerano il Duce il male assoluto. Credo che a un certo punto, con la campagna d’Africa, sia rimasto vittima di un delirio d’onnipotenza patologico. Se non fosse entrato in guerra al fianco della Germania, sarebbe morto nel suo letto».

Che cosa glielo fa supporre?
«Il popolo non voleva la guerra. Però si divertiva molto a simularla. Me l’ha confessato Eugenio Scalfari, che ha visto Vincere e ne è rimasto tremendamente impressionato: “Da ragazzi eravamo fatti così, ci piaceva andare alle adunate”. E lo stesso mi dice mio fratello Piergiorgio, che era balilla: “Amavamo il fuciletto e la divisa, ci sentivamo futuri guerrieri”. Non percepivano affatto la dimensione pagliaccesca del regime».

Mi ha scritto Bocchini Padiglione: «Quanto al coraggioso comportamento della Dalser, oggi proprio per quello finirebbe in galera per il nuovo reato di stalking. Allora il reato non era previsto, e così finì in manicomio».
(Si rivolge al suo produttore). «Lo stalking cosa sarebbe? Il disturbo?». (Gianani conferma). «Come paradosso non è male. Stalking con un figlio al collo... Risibile».

Che tracce restano della Dalser nei manicomi di Pergine Valsugana e dell’isola di San Clemente a Venezia?
«San Clemente è diventato un hotel a cinque stelle. Gianani c’è rimasto male vedendo i turisti che nuotano in piscina e bevono drink nel luogo dove la Dalser morì. Perciò abbiamo dovuto girare nel parco della Mandria, a Torino. Il manicomio di Pergine che si vede in Vincere è invece l’Ospizio dei Poveri Vecchi di corso Unione Sovietica, sempre nel capoluogo piemontese».

Oggi che cosa prova pensando a Ida Dalser?
«Una grandissima ammirazione. Lo dico da uomo. Noi maschi siamo più inclini ai compromessi, le donne no, hanno una scala valoriale più solida. Il suo radicalismo suicida mi affascina. Se penso che lei e il figlio non hanno avuto neppure una tomba, sono stati gettati in una fossa comune come Mozart...».

Quando Benito Albino cessa di vivere nel manicomio di Mombello il medico, nel redigere il certificato di morte, resta colpito dalle condizioni fisiche miserevoli del giovane, che pesava giusto la metà del giorno in cui vi venne ricoverato, appena una trentina di chili. Una larva. La Dalser sarà anche stata una matta e non avrà mai sposato Mussolini. Ma un uomo che lascia morire suo figlio così non è già condannato nei secoli dal Tribunale della Storia?
«Sì, lo è. Di solito al Duce si imputano le leggi liberticide, le persecuzioni razziali, i delitti politici, le migliaia di morti in guerra. Questa piccola tragedia non è da meno. Si aggiunge. Ma da sola basterebbe».