La ricostruzione modello Franceschini: le baracche

nostro inviato a Nocera Umbra (Perugia)

Corso Vittorio Emanuele e il vecchio quartiere circostante sono transennati dal 26 settembre 1997, il giorno del terremoto. Macerie, bancali di mattoni, gru, cassoni ricolmi di detriti impediscono di passare anche a piedi. I cantieri aperti sono il regno di gatti e topi, le massaie del mercato del mercoledì non ci fanno più caso, la gente di Nocera Umbra ha imparato a conviverci. Pochi chilometri più a valle, località Giove di Valtopina: dal passaggio a livello di Nocera Scalo si imbocca una strada bianca che si inerpica tra querce e lecci verso il paese fantasma, dove gli abitanti vivono ancora nelle scatole di latta dei container. «Che voi fa' - esclama un anziano su una Panda rossa - metteranno l'asfalto a lavori finiti». Quando? «E chi lo sa...».
Dal terremoto di Colfiorito sono passati 12 anni. Sulla ricostruzione la sinistra ha edificato una specie di epopea. Al governo c'era Romano Prodi, al ministero dell'Interno Giorgio Napolitano, in regione la dalemiana Rita Lorenzetti (l'anno prossimo tenterà il terzo mandato), nei comuni tutti sindaci rossi. «Il modello attuato in Umbria ha funzionato e dovrebbe essere attuato anche in Abruzzo - ha ammonito Dario Franceschini in un comizio a Foligno -. In Umbria abbiamo finanziato il 100 per cento della ricostruzione delle case; in Abruzzo il contributo dev'essere altrettanto reale, non con credito d'imposta o mutui a tasso zero».
Per la verità in Umbria i terremotati i mutui li pagano a tassi di mercato. Non c'è un solo proprietario di casa che non abbia sborsato. E gli sfollati sono ancora migliaia, costretti dopo 12 anni a vivere nei container come a Giove, o nelle casette di legno scuro dal tetto rosso che ormai fanno parte del paesaggio rurale. Colfiorito, Annifo, Vionica, Pisenti, Pontecentesimo, Belfiore: un rosario di località dove le gru svettano sui campanili e i ponteggi ingombrano le strette vie.
A Verchiano il cartello all'esterno di una vecchia corte dice che il permesso di costruire è del 19 novembre 2002 ma i lavori sono cominciati solo il 4 maggio scorso. A Capodacqua il campo container, uno dei più grossi della zona, è pieno di vita: aiuole coltivate, auto in sosta, parabole satellitari appese alle finestre. Perfino Assisi è costellata di cantieri e transenne. Ovunque i cavi della luce e del telefono si rincorrono lungo le facciate delle case e i contatori penzolano dai pali come luminarie dall'albero di Natale. Dai marciapiedi spuntano tubi rossi vuoti. Motivo? In Umbria si è deciso di cominciare con le opere di urbanizzazione sotterranee (fognature, condotti per i cavi, rete idrica e del gas), poi il resto. Di solito prima si edificano le case e poi si fanno gli allacciamenti ai giusti livelli: ora è tutto da rifare, sbagliati i livelli e le dimensioni. A Colfiorito, per dirne una, le acque bianche si mescolano con quelle nere mentre la pavimentazione è stata fatta con pietra geliva che si spacca a ogni nevicata.
Impossibile quantificare tutte le spese necessarie per riparare lavori già fatti. E soprattutto: chi paga? Emblematico il caso di Giove in Valtopina. La ditta vincitrice dell'appalto per la ricostruzione lavorava male (iniezioni di cemento fatte con annaffiatoi da giardino, muri storti, cordoli non collegati) ma i lavori furono certificati a regola d'arte e pagati dal comune di Valtopina. I proprietari denunciarono i disastri, pagarono 14mila euro per una perizia giurata, ebbero ragione da un arbitrato: la ditta intanto era fallita e i cittadini dovettero sborsare altri soldi per giudici e avvocati. La nuova ditta incaricata ha stabilito che le opere in muratura sono pericolose per gli stessi muratori, ma il comune non vuole contribuire per i rifacimenti perché ha già speso i fondi a sua disposizione.
I contenziosi tra consorzi, enti locali, imprese edili e cittadini intasano i tribunali. La gran parte riguarda controversie sui lavori eseguiti male: infiltrazioni, staticità precaria, nessun miglioramento sismico. Moltissimi interventi sono stati sospesi in attesa di consulenze e arbitrati, e quando l'attività edilizia è ripresa gran parte delle opere già eseguite era da rifare.
Alla base di tutto c'è il sistema di interventi deciso dalla regione Umbria. Contributi a pioggia stabiliti ai valori del 1997 anche per chi ha dovuto posticipare i lavori sostenendo spese maggiori. Aiuti sia ai proprietari di case sia agli affittuari, che erano sì senza tetto ma non avevano perso nulla. L'intera regione è stata riconosciuta danneggiata anche se il terremoto colpì soltanto la fascia appenninica: come ha denunciato un gruppo di cittadini a Giorgio Napolitano quando il 26 settembre 2007 il presidente inaugurò a Foligno il restauro del Torrino (ci vollero dieci anni, e il municipio sottostante è tuttora ricoperto dalle impalcature) «ai 7.463 nuclei familiari ricadenti negli otto comuni che hanno subito l'80 per cento dei danni regionali sono stati erogati appena il 38 per cento dei fondi. Il 42 per cento dei contributi per la ricostruzione è andato a territori ammessi al beneficio delle provvidenze pubbliche in funzione dell’importanza storica, religiosa e turistica».
L'intervento pubblico si è limitato alla fase delle autorizzazioni e delle elargizioni, senza controlli. Gli umbri sono stati lasciati soli davanti al moloch burocratico. Racconta un professionista: «Per avere un progetto l'ufficio urbanistica mi mandò allo sportello del cittadino, dopo una settimana un funzionario mi diede appuntamento fra 15 giorni e si piazzò davanti alla montagna di carta non per assistermi ma per controllare che non sottraessi nulla». Progetti scadenti, lavori fatti male, tecnici disinvolti, prezzi gonfiati, oneri spropositati, imprese fallite appena intascati i soldi: per alcuni il terremoto è stato una cuccagna, mentre moltissimi altri sono sprofondati nell'indigenza.
E poi ci sono le conseguenze sociali. A Foligno, per esempio. Il centro storico subì danni enormi, quasi tutti gli edifici storici erano inagibili ma divennero rifugio per migliaia di immigrati (soprattutto slavi: erano gli anni degli sbarchi incontrollati dall'Albania) che accorrevano per lavorare come manovali. I folignati preferirono farsi la villetta in periferia. E il centro rinascimentale, in gran parte ancora fatiscente, è diventato un ghetto da cui anche i turisti stanno alla larga.