«Ricucci, abbiamo la Falchi?»

Non sapendo più cosa dire, Luciano Violante dice che la frase di Fassino «abbiamo una banca» è una tipica espressione piemontese. Se per esempio Fassino fosse nato a Venezia avrebbe detto: «Ostrega, hai una banca?». Se fosse nato a Roma, avrebbe detto: «Aho, che c'hai ’na banca?». Se fosse nato a Palermo, avrebbe detto: «Minchia, una banca c'hai?». Invece è nato a Torino e per questo ha detto: «Abbiamo una banca». Non ha aggiunto «cerea» e «boia fàuss» (che in piemontese è un'esclamazione un po' più forte di «poffarbacco»), probabilmente solo perché aveva paura che l'ex presidente dell'Unipol Consorte non capisse. Fra l'altro la parola «boia», dati gli illeciti in corso, poteva essere pericolosa.
Invece «abbiamo una banca», no: quello è chiarissimo. Consorte, infatti, ha compreso al volo, pur essendo bolognese: certi concetti, a volte, sanno essere proprio universali. «Sùma mica masnà» (non siamo dei bambini), «an savuma una d'pì che 'l diao» (ne sappiamo una più del diavolo) avrà sicuramente pensato Fassino in piemontese. «Pulëinta e lat ingràsan il cülat» (polenta e latte ingrassano il sedere), avrà sicuramente replicato mentalmente Consorte in emiliano. I due potevano anche stupire con dialetti speciali, se solo lo avessero voluto. E invece niente: hanno parlato in italiano. «Fuma parej», deve aver meditato Fassino. In fondo si stava discutendo di scalate agli imperi finanziari, mica di storia del folklore.
Peccato, ecco, peccato solo che sia rimasto quel residuo dialettale, quell'«abbiamo una banca», tipica espressione del piemontese, non comprensibile nel resto d'Italia, come testimonia Luciano Violante (che pur esibendo nella biografia ufficiale una nascita a Dire Daua, in Etiopia, conosce bene l'idioma gianduja). Il sottoscritto, per altro, vantando orgogliosi natali piemontesi può confermare la versione, per quanto essa appaia a prima vista strampalata. Noi siamo soliti dire così: io e gli Agnelli, per esempio, abbiamo la Fiat; io e Ferrero produciamo Nutella e miliardi; io e Lavazza dominiamo il mercato del caffè. Il mio commercialista, 740 alla mano, la pensa diversamente: ma è solo perché lui abita a Milano. Non è piemontese e dunque non capisce. Per esempio: a Torino io e Antonelli abbiamo costruito la Mole, ad Alessandria io e Umberto Eco abbiamo scritto «Il nome della Rosa». E se per caso incontro Ricucci in trasferta sabauda gli dico: «Io e te abbiamo Anna Falchi», e se lui se la prende è colpa sua. In fondo arriva da Zagarolo.
È così, dovete crederci. E se non credete a me, credete a Violante: in fondo è così raro vederlo nei panni dell'avvocato difensore, che gli si perdonerà pure qualche ingenuità nell'arringa. Che volete fare? Non ci è abituato: il suo forte è l'accusa. Fra l'altro è in buona compagnia: ci avete fatto caso a come sono deboli nella vicenda Unipol le testimonianze a discolpa? Per esempio: sono andati tutti a cena con il presidente delle Generali Bernheim, protagonista del mondo della finanza, eppure tutti dicono di non aver parlato del tema finanziario del momento, cioè della scalata bancaria in corso. E di che cosa avranno parlato, secondo voi? Dell'ugola di Al Bano? Dei pacchi di Pupo? Dell'ultimo stacchetto delle Veline? Vi pare? Uno va a pranzo con Bernheim e non tratta l'attualità economica: è come se uno si sedesse a tavola con Totti non per affrontare i problemi del calcio, ma quelli dell'astrofisica nucleare.
Ma tant'è. Siccome, per il momento, altri modi per difendersi non ne trovano, bisogna accontentarsi di questo. Magari fate anche un po' finta di crederci, se no vi dicono che siete come Goebbels. Sapete com'è: sono un po' nervosi. Noi, per esempio, avendo già avuto la nostra dose di insulti, a questa storia del dialetto vogliamo credere ciecamente. «Abbiamo una banca», è una tipica espressione piemontese, non si discute. Fassino lo dice, ma non pensa davvero di avere una banca. Pensa che gli altri hanno una banca. Così quando lo sentirete dire: «Abbiamo un partito», in realtà sta pensando: «Gli altri hanno un partito». E quando lo sentirete dire: «Abbiamo un programma», in realtà sta pensando: «Gli altri hanno un programma».
Se non vi convince, che possiamo fare? Dovete aver pazienza: siccome le finanze dei Ds, nonostante i saltimortali del compagno Sposetti, non sono brillanti, il segretario non si può ancora permettere un traduttore simultaneo piemontese-italiano. Ma se non riuscite a comunicare con lui, non vi preoccupate: a Torino ci sarà ancora qualcuno disposto a far da interprete. E magari a ricordare al compagno Piero quello che dicevano i nostri vecchi: «fa nenta il gadan» (non fare lo stupido), «ch'a't pje un crep» (rischi di cadere e farti male). Dialetto per dialetto, almeno qui c'è un po' di verità.