Ricucci: "Mi usano come capro espiatorio, sono l'anello debole"

L’immobiliarista replica
alla presa di distanze della politica: "Pagine e pagine di giornale su 4 chiamate". "Ho sbagliato sul piano imprenditoriale e ho pagato, ma
continuano a massacrarmi". Prodi? "Gli ho parlato un minuto al telefono, mai più sentito". Berlusconi? "Era premier e volevo incontrarlo, è vietato?"

Milano - «Ma che vuole da me questo Rovati? Ma chi lo conosce? Leggo che è un ex consulente del presidente del Consiglio, ex collaboratore di Prodi, è tutto un ex. Uno che manda i piani di Telecom su carta di Palazzo Chigi». Stefano Ricucci grida e la voce va in falsetto; ha appena sfornato un comunicato in cui risponde punto per punto alle affermazioni di Angelo Rovati al Corriere della sera. «Da Ricucci - queste le parole dell’amico di Prodi - sono andato con Claudio Costamagna. E non per fare da tramite e appoggiare la sua richiesta di entrare nel patto di sindacato della Rcs. L’obiettivo era soltanto capire se c’era il pericolo di una scalata o meno». «Ma quale obiettivo - replica Ricucci -. È venuto a trovarmi Claudio, che è un amico da molti anni, da quando il fratello Guido, un gastroenterologo, operò mia sorella, poi morta di cancro. Claudio in quell’occasione era accompagnato da Rovati e Rovati mi ha detto che giocava a basket. Punto. E adesso si permette pure una battutaccia su mia moglie: che bassezza, con una signora. Poi l’8 luglio mi ha ritelefonato per farmi gli auguri di matrimonio. Sa, io mi sposavo l’indomani, 9 luglio».

Però Rovati le ha passato Prodi.
«Ma sì, un minuto».

E lei gli ha chiesto un appuntamento. Per discutere delle scalate in corso?
«Ma no. Ero al telefono con un politico importante; io faccio l’imprenditore, ma che dovevo fare? Gli ho detto che mi sarebbe piaciuto illustrargli i miei piani, le mie attività. Lui mi ha risposto: "Sposati e rilassati". Mai più sentito. Capisco che adesso s’indigni e che s’indignino pure Prodi, Berlusconi, Casini e Gianni Letta».

Ricucci, è lei ad aver parlato nelle sue deposizioni davanti ai Pmn di Roma di un "sistema moggiano". Solo colore?
«No, l’espressione è falsa, io non l’ho mai usata. I giornali mi mettono in croce».

E perché ce l’avrebbero con lei?
«Perché sono l’anello debole. Nel 2005 per le grandi scalate si scatenò una guerra finanziaria fra poteri e Ricucci fu il classico capro espiatorio. Ora, la guerra è fra i politici e la storia si ripete. Ma io mi sono scocciato: possibile che sempre Ricucci debba stare in mezzo?».

L’hanno intercettata, sì o no?
«Su quattro telefonate hanno costruito pagine e pagine di giornale. C’è quella telefonata con il senatore Ds Nicola Latorre che, fra l’alto, conosco dal 2004».

In quell’intercettazione lei si definisce il «compagno Ricucci» e chiede una tessera dei Ds.
«Certo, ma chi ascoltava avrebbe dovuto capire il tono scherzoso. Io avevo letto il Diario di Deaglio e la copertina recitava: "Compagno Ricucci". Allora io ho giocato su quella copertina e ho sparato una delle mie battute. Invece tutti a dire: "Ma chi c ’è dietro Ricucci?". Ma quando mai, dietro Ricucci c’è solo Ricucci. Ho cercato di comunicarlo pure ai magistrati quando stavo in carcere. Un’esperienza terribile, disumana. Ma la cosa più difficile era fargli capire la verità; non mi volevano credere: cercavano il mandante, il burattinaio».

Sarà, ma in quelle settimane cruciali dell’estate 2005 Rovati le passa Prodi, dall’altra parte lei chiede a un parlamentare di Forza Italia, Romano Comincioli, un appuntamento con Berlusconi.
«Ma io conosco Comincioli dall’89, ci siamo incontrati a Porto Cervo. E un giorno gli ho chiesto una mano: Berlusconi era il presidente del Consiglio. È vietato pure questo?».

Ubaldo Livolsi la mise in contatto con Gianni Letta. Lei cercava un puntello anche nel centrodestra per l’affaire Rcs?
«No, no. Lui mi disse solo che gli pareva una cosa buona il piano che stavo portando avanti. Io cercavo di dare visibilità al mio gruppo che si stava espandendo. Mai parlato con Letta di Rcs. E poi, guardi, io non ho mai voluto scalare Rcs. Il mio obiettivo era entrare nel patto di sindacato che controlla Rcs, e diventare il sedicesimo uomo al tavolo della Rizzoli. Dunque, secondo lei, io avrei lanciato un’opa per far fuori gli altri quindici?».

E perché rastrellare il 20 per cento delle quote Rcs?
«Perché col 20 per cento avrei potuto andare in assemblea ed esporre il mio piano. Io sono partito con un 5 per cento. Poi ho messo insieme un pacchetto pari al 15 per cento. Intanto avevo dato incarico al mio advisor, il professor Natalino Irti, di discutere con Guido Rossi che rappresentava il patto. Loro volevano comprare la mia quota. Io avevo un’idea diversa: vendere un 15 per cento ed entrare nel patto con un 4-5 per cento».

Invece?
«Dissero di no a me e non ci accordammo nemmeno sul prezzo delle azioni. L’idea tramontò e mentre declinava decollò l’altra ipotesi: il gruppo Lagardère aveva deciso di investire in Rcs e attraverso l’advisor Alejandro Agag contatta Ubaldo Livolsi, il mio consulente. A luglio 2005 volo a Parigi e incontro Arnauld Lagardère. Ci sono varie ipotesi, ma il patto si mette di traverso di nuovo. Comunque gli advisor avevano preparato un report in vista del meeting parigino».

L’appunto sequestrato dalla magistratura?
«Sì, io ho formulato varie possibilità ed elencato: socio 1, socio 2, socio 3. I Pm hanno pensato che fosse un patto segreto».

Insomma, lo rifarebbe?
«Ho sbagliato sul piano imprenditoriale, mi sono inflato nel posto sbagliato e ho pagato per questo, ma qui si continua a massacrarmi. Eh no, basta. I giornali insistono a scrivere che sono nato a Zagarolo, come se fossi un poveretto di provincia. Io sono nato e cresciuto a Roma, battezzato a Santa Maria Maggiore. E voglio dirle un’altra cosa: lo sa perché è fallita la Magiste international? Perché la magistratura di Milano si è tenuta 150 milioni di euro - 92,5 di cash collateral e 56,4 di plusvalenza - che invece avrebbe dovuto restituirmi. Ma questo non lo dico io, l’hanno affermato prima il tribunale del riesame e ora la Cassazione: tutti e due mi hanno dato ragione. E allora presto otterremo la revoca del fallimento».

Veramente, due anni fa lei è finito nei guai anzitutto per Antonveneta.
«Ma è colpa mia se prima arrivano gli olandesi di Abn Amro con un’opa e poi la Bpi di Giampiero Fiorani che lancia un’opa, falsa, offrendo molto di più. Io avevo il 4,9 per cento, con quell’offerta più alta io incassavo circa 30 milioni di euro in più. E secondo lei avrei dovuto dire di no a Fiorani? La Bpi ha truccato i dati patrimoniali? E allora vuol dire che io non sono complice, ma vittima. Io avevo fatto due investimenti importanti: avevo preso il 4,9 per cento di Antonveneta e il 4,9 per cento di Bnl, fra il 2003 e il 2004. Io avevo titoli dei due istituti di credito, valutati a fine marzo 2005, intorno a 800 milioni di euro e li avevo acquistati ricorrendo ai finanziamenti, a tassi di mercato e non agevolati, di alcune banche italiane ed estere: Bim, Meliorbanca, Deutsche Ag, Sociète Generale, e, solo per Bnl, anche Bpi. E dov’è la mia colpa? Quando sono cominciate le scalate, io ho cercato di capitalizzare: ho giocato la mia partita in Rcs».

Utilizzando anche i 700 milioni di crediti garantiti da Bpi.
«Nell’arco di cinque anni, con una progressione assolutamente razionale. Mi creda: io ho giocato la partita di Stefano Ricucci e di nessun altro».