«Ridò un po’ di speranza al libro di Houellebecq»

Esce oggi «Le particelle elementari» tratto dal romanzo dello scrittore francese

Pedro Armocida

da Roma

È un viaggio per molti versi angosciante negli aspetti più sordidi dei legami familiari quello che il regista tedesco Oskar Roehler propone ne Le particelle elementari, in uscita oggi, tratto dall'omonimo romanzo scandalo di grande successo del francese Michel Houellebecq pubblicato in Italia da Bompiani. Uno sguardo disincantato sullo stato odierno della civiltà occidentale che nella trasposizione dalle pagine del romanzo al grande schermo risulta essere un po' più edulcorato (lo dimostra il divieto ai minori solo per i 14 anni) anche se sempre disturbante. Spiega il regista di passaggio ieri a Roma: «Non mi sentivo di ritrarre il nostro mondo in maniera così cupa com'è nel libro. Principalmente perché non volevo scioccare lo spettatore. Il mio non è certo un film allegro anche se nel mostrare le miserie umane inserisco un po' di senso dell'umorismo senza il quale non si può andare avanti». Humour che trova la sua rappresentazione più grottesca nella descrizione della cultura hippy figlia del '68 che, sembrano dirci all'unisono tanto lo scrittore che il regista, sia una delle cause principali d'un certo disordine odierno, per dirla con linguaggio ecclesiastico. È infatti sulla discutibile figura di Jane, madre degenere e fricchettona, che ruota tutta la storia di Le particelle elementari. Una donna che in giro per le comuni mette al mondo due ragazzi, Michael e Bruno, di cui ovviamente non può occuparsi e che vengono tirati su dai rispettivi nonni. Un bel giorno la donna decide che è il caso che i due si conoscano consentendo così l'unica unione familiare stabile della loro vita. Sì, perché, diversissimi tra loro - uno genialoide immerso con successo nella ricerca genetica (da qui il titolo del film), l'altro professore di lettere ma anche scrittore frustrato con venature razziste e ossessionato dal sesso - in comune hanno la totale incapacità di stabilire legami affettivi. «Mi sono subito trovato in sintonia con Houellebecq - spiega il regista - perché anch'io sono cresciuto con i miei nonni. E proprio come lui ritengo che la loro sia l'ultima generazione di persone non egoiste e dedite a vivere per gli altri. Al contrario la generazione di oggi è totalmente narcisistica e consacrata solo a se stessa. In altre parti del mondo, come in India e in Cina, c'è ancora questa cultura mentre da noi è scomparsa per le difficoltà create dalla generazione del '68». Presentato allo scorso festival di Berlino dove il protagonista Moritz Bleibtreu ha ottenuto l'Orso d'argento come migliore attore, Le particelle elementari si sgancia dal romanzo soprattutto nel finale un po' più speranzoso perché, dice il regista, «ho inserito una forte dose di romanticismo tedesco che si contrappone all'umorismo nero di Houellebecq. Oltretutto sarebbe stato impossibile rappresentare sullo schermo gli aspetti più estremi del libro. Mi sono concentrato sulla storia di questi due fratelli, i loro diversi stili di vita e le loro complesse storie d'amore. L'anima del film è un melodramma su persone reali e non una critica sociale teorica».