La ridicola pace dei pm in guerra

Guerra tra giudici? Ma che cosa dite, ma che sciocchezze! Sì, noi di Salerno abbiamo indagato i nostri colleghi di Catanzaro sospettandoli delle peggiori nefandezze e abbiamo mandato un centinaio di carabinieri a sequestrare i loro faldoni. Certo, abbiamo anche perquisito le abitazioni dei magistrati calabresi e gli zainetti scolastici dei loro figli. Vero, un pubblico ministero l’abbiamo anche fatto denudare, ma così, senza malizia. Assurdo parlare di guerra.
Guerra tra procure? Le solite, stupide semplificazioni giornalistiche. Sì, noi di Catanzaro abbiamo schierato a nostra volta i carabinieri per controsequestrare i faldoni che i nostri colleghi di Salerno ci volevano portare via. Certo, li abbiamo a nostra volta indagati anche se non potevamo perché la competenza spetta a Napoli. Vero, abbiamo gridato all’abuso, abbiamo sostenuto di essere stati vilipesi e abbiamo denunciato atti scandalosi ed eversivi. Ma voi non potete parlare di guerra, non è corretto.
Sarà. Intanto la «non guerra» dei sette giorni è finita come tutte le guerre che si rispettano: con tanto di armistizio, tavolo della pace, mediazione, mediatore, accordo, scambio di prigionieri. «L’intesa», recitano le agenzie, «è stata raggiunta ieri a Salerno a conclusione di un incontro tra i magistrati dei due uffici “con grande senso di responsabilità istituzionale”(e come no!)». «La complessa mediazione tra la Procura generale di Salerno e la Procura della Repubblica di Catanzaro è stata svolta per due giorni dal procuratore generale di Salerno Lucio Di Pietro», quello che da pm incriminò Enzo Tortora e che giustamente ha poi fatto carriera. L’accordo prevede che gli atti vengano vicendevolmente dissequestrati e che ognuno continui a indagare come gli pare.
Ovviamente, il «trattato di pace» è stato messo nero su bianco e firmato da Luigi Apicella, procuratore capo di Salerno, e dal pg Alfredo Garbati inviato dal procuratore generale di Catanzaro, Enzo Iannelli. Inutile dire che si è mercanteggiato su «ogni singola riga»: il testo è stato «limato più volte, rivisto, corretto e finalmente sottoscritto». I due carabinieri che, nelle due città, montavano la guardia ai faldoni, possono tornare a inseguire qualche criminale. Il presidente Giorgio Napolitano che, allibito per l’indecente spettacolo andato in scena una settimana fa, era intervenuto con durezza, ora si dice soddisfatto.
Insomma, non è successo nulla. Sì, il Consiglio superiore della magistratura, bontà sua, fa sapere che «il ravvedimento operoso (testuale) non blocca le procedure avviate». In altre parole, l’inchiesta va avanti e potrebbe persino concludersi con la punizione più terribile che i giudici hanno saputo escogitare per se stessi: il trasferimento (probabilmente con promozione incorporata) dei due condottieri degli eserciti in toga, Apicella e Iannelli. Tutto qui. Per il resto, su questa vicenda che ci ha fatto ridere dietro dal mondo intero pare di capire che debba calare il sipario.
Se vi sembra normale, siete in buona compagnia: ieri l’unico a indignarsi è stato Francesco Cossiga: «Questa trattativa privata è una vergogna aggravata dal ridicolo!». Il resto del mondo politico ha osservato un imbarazzato silenzio. Noi, si parva licet, la pensiamo come l’ex presidente della Repubblica: l’improponibile pace privata tra due screditati uffici pubblici è la scandalosa conclusione di una vicenda allucinante. Un frettoloso spazzare la polvere sotto il tappeto da parte di una magistratura spaventata dalla prospettiva di perdere anche solo uno dei suoi mille privilegi. Non appena il governo ha ricominciato a parlare di riforma del sistema giudiziario, è scattato il riflesso di casta: non diamo armi al nemico, chiudiamola qui senza vincitori né vinti. A parte la giustizia, naturalmente.