Ridimensionare Expo? Il solito piagnisteo ambientalista

C'era una volta il milanese «bauscia», famoso per la forse eccessiva considerazione in cui teneva la sua città, il suo essere milanese e la milanesità. Da una ventina d'anni è scomparso: sembra sopravvissuto solo il milanese autolesionista e autodenigratore. Di Milano dice tutto il male possibile: è grigia, brutta, sporca, inquinata, congestionata, nevrotica, troppo cara, consumista, edonista, egoista, materialista, provinciale, culturalmente inadeguata... Continuate voi, basta leggere le rubriche delle lettere dei quotidiani. E d'altra parte quale migliore occasione per dire male della nostra città dello psicodramma Expo? A questo proposito condivido parola per parola quello che ha scritto ieri l'amico Sergio Rotondo. Con un'aggravante: ora, sulla linea dell'autolesionismo, una certa sinistra autoflagellante e penitenzialista, dal presidente della Provincia Penati - che non vedo a suo agio in questa veste - al sinistrissimo architetto Giorgio Gregotti, chiede un «ridimensionamento» dei progetti per l'Expo. Perché? Per via della crisi, naturalmente. Bisogna risparmiare, dicono, fare penitenza Incredibile: è come se, dopo aver annunciato a tutto il mondo una grande festa a casa nostra, ora cominciassimo a dire che ce la caveremo con birra e pizza al taglio. D'altra parte per il momento da ridimensionare c'è un bel niente, tutto fermo, neanche un euro. E poi che senso ha annunciare oggi sacrifici e penitenze che sconteremo nel 2015, quando, si spera, la crisi sarà finita da un pezzo? Ma l'assurdo è un altro: dopo aver predicato per settimane che dalla crisi si esce con un gran piano di opere pubbliche, dopo aver invidiato Obama che lo ha già fatto approvare, dopo aver rimproverato a Berlusconi di non fare altrettanto, cosa fanno questi signori? Chiedono di ridimensionare l'unico concreto piano di lavori pubblici che l'Italia (non Milano ma il Paese tutto) abbia a disposizione, quello dell'Expo 2015. Ma diciamolo chiaramente, con la scusa del risparmio questo è il solito piagnisteo ambientalista contro ogni iniziativa di sviluppo, di trasformazione e di innovazione, contro ogni edificazione. La solita denuncia della «cementificazione». E allora viva la cementificazione, viva l'Expo.