Ridotto in fin di vita da un gigolo

Oltre ai «prostituti» di strada c’è un giro di «professionisti» romani e incensurati

Incaprettato, nudo, con la testa fracassata di colpi, in fin di vita. Così la scorsa domenica i sanitari del 118 hanno trovato nel cuore della notte nel suo lussuoso appartamento a due passi dal Lungotevere, un dirigente di 60 anni. L’uomo ha chiesto aiuto, ha detto di essere stato affrontato e rapinato da un balordo. Ed è tuttora ricoverato in ospedale in attesa di essere sottoposto a un delicato intervento; ne avrà per oltre un mese. Il giovane che l’ha aggredito è stato fermato dalla polizia con le accuse di rapina e lesioni gravissime. Ha 22 anni, è romano, abita sulla Cassia e proviene da una famiglia-bene. Quella notte a casa del funzionario era andato per motivi molto «particolari». Chiamato al telefonino, aveva fissato l’incontro, l’ennesimo con uomini di un certo «livello» sociale: imprenditori, professionisti, avvocati e notai pronti a spendere cifre da capogiro per soddisfare voglie sessuali al limite d’ogni perversione. Il tutto condito da festini a base di alcol e cocaina. E imbottito di «neve», domenica, era pure L.R.E., il 22enne di cui i genitori avevano perso le tracce da un po’ di tempo. «Mi diceva che aveva un lavoro - ha raccontato disperato il padre -, lo credevo davvero perché aveva la macchina, si manteneva, i soldi non gli mancavano mai».
Col 60enne le cose si sono messe male da subito, però. Legato mani e piedi, il nastro adesivo ben stretto attorno al collo per fargli mancare il respiro e aumentare il piacere, il dirigente è apparso paonazzo. Il ragazzo «di vita», col cervello annebbiato dalla droga, ha preso a colpirlo. Calci e pugni come a una bestia fino a farlo piombare a terra in un lago di sangue. Prima di fuggire L.R.E. s’è portato via denaro in contanti, carte di credito e un prezioso orologio. A dare l’allarme al 113 sono stati i sanitari, spaventati per le condizioni del paziente soccorso. Troppi, secondo gli inquirenti, gli episodi simili non denunciati dalle vittime per vergogna e per paura di ritorsioni e ricatti. Di appena due giorni fa l’omicidio di Roberto Chiesa, 63 anni, ucciso a San Giovanni dopo un incontro occasionale. Romeni erano gli assassini di Luciano Lasio, il 46enne, massacrato a Centocelle e di Sergio Aru Tosio, l’attore ucciso in viale Vaticano nel giugno scorso. Ma questa volta quella scoperchiata dai poliziotti della squadra giudiziaria del commissariato Trevi Campo Marzio è un’altra realtà: quella fatta di «professionisti» e non di «marchettari» strappati alla strada. Di romani incensurati con un lavoro (ci sono carrozzieri, baristi, padri di famiglia e fidanzati esemplari) che chiedono fino a 500 euro per prestazione. Che «sponsorizzano» le loro capacità attraverso Mms, che operano con telefonini con schede intestate a terzi, che entrano nel giro affascinati da soldi facili e fiumi di coca offerta dai ricchissimi e annoiati «mecenati» di turno. Come «Beatrice», notaio insospettabile, padre di tre figli sorpreso in guèpiere dalla polizia. E l’indagine è solo all’inizio.