Riecco Bin Laden: «Nuovi attentati in Usa»

Secca replica della Casa Bianca: con i terroristi noi non negoziamo

Alberto Pasolini Zanelli

da Washington

La risposta della Casa Bianca era quella attesa. Poche parole dure: «Noi non negoziamo con i terroristi: noi li togliamo dalla circolazione». La voce era quella di Scott McClellan, il tono e la sostanza quelli di George Bush. La risposta si riferisce alle minacce e alle promesse contenute nell’ultimo messaggio di Osama Bin Laden, «risorto» una volta di più dopo un lungo silenzio che aveva fatto rispuntare le domande circa le sue condizioni e la sua stessa sopravvivenza. A quanto pare, invece, il capo di Al Qaida è vivo. Anche se il suo discorso è arrivato ad Al Jazeera su un nastro sonoro e non su un video; ma esso contiene riferimenti a fatti molto recenti, da cui si deduce che è stato registrato molto probabilmente verso la fine del mese scorso. Bin Laden si è tolto anche lo sfizio di raccomandare agli americani, citandolo per esteso, la lettura del libro di William Blum «Stato canaglia», un testo fortemente critico verso la politica estera degli Stati Uniti.
Una minaccia e un’offerta, dunque. La minaccia è direttamente per l’America: torneremo a colpirvi in casa vostra. Siamo in ritardo, ma arriveremo. Perché, avverte il fondatore di Al Qaida, «non illudetevi che siano le vostre rafforzate misure di sicurezza il motivo per cui non ci sono stati altri attentati su suolo americano dopo l’11 settembre 2001. La ragione invece è che certe operazioni hanno bisogno di preparativi. Questi sono in corso e quando saranno ultimati, con il permesso di Allah, ve ne accorgerete. La prova che ne siamo capaci l’avete vista nelle capitali di alcuni Paesi europei». Ma intanto si potrebbe aprire una di quelle che gli americani chiamano «finestre di opportunità»: un armistizio. A lungo termine, dice Bin Laden, e a «condizioni oneste». Ci si deve fidare di lui perché «noi siamo una nazione cui Allah ha proibito di mentire e di imbrogliare».
I motivi della tregua sono due, uno in negli Stati Uniti, l’altro nel Medio Oriente. «Dirigo il mio messaggio - ha detto - al popolo americano perché tutti i sondaggi dimostrano, l’uno dopo l’altro, che la grande maggioranza di voi americani non vuole una continuazione della guerra ma anzi il ritiro delle vostre truppe dall’Irak. A frustrare questo vostro desiderio, a impedirlo è Bush. Una guerra che continua a seminare distruzioni e morte in due Paesi musulmani, l’Irak e l’Afghanistan. Io propongo una tregua che consenta ad ambedue i contendenti tempo, sicurezza e stabilità per la ricostruzione di questi due Paesi, che la guerra ha distrutto». Bin Laden non spiega quali autorità locali dovrebbero guidare questa ricostruzione e si preoccupa invece che la sua proposta non venga interpretata dai suoi seguaci come un segno di debolezza: «Non ci sarebbe niente da vergognarsi in una soluzione che fra l’altro scongiurerebbe un ulteriore spreco di miliardi di dollari che affluirebbero soltanto nelle casse dei mercanti di cannoni. Se combattere si deve, è meglio che ciò accada in casa del nemico e non in casa dei musulmani» (è lo stesso argomento, ovviamente capovolto, con cui i sostenitori di Bush giustificano la condotta di operazioni militari in posti come l’Irak: «Meglio combattere i terroristi laggiù che in casa nostra»).
Il governo di Washington, che non poteva non respingere subito e seccamente la proposta, si riserva naturalmente di interpretarne i modi e i moventi. La Cia ha compiuto le sue verifiche e ha confermato che la voce è proprio quella del fondatore di Al Qaida e i riferimenti temporali, a eventi come gli attacchi aerei americani su posizioni che si presumeva ospitassero luogotenenti dello «sceicco del terrore», inducono a fissare una data molto recente, verso la fine di dicembre.