Riecco l’aria di derby: Bologna torna Basket City

Oscar Eleni

La benedizione sul Navile, poi vivremo il primo derby del basket bolognese programmato a mezzogiorno di domani, senza capire chi, fra Gelsomino Repesa e Zare Markowski, ha davvero la faccia di Gary Cooper e le motivazioni più forti, perché in sfide come questa conta forse più il cuore del vero talento. Processione per gli abbonati Fortitudo che giocano nella casa del Pala Dozza, un tempo reggia splendente per gli altri, e per i centoquaranta della Virtus che hanno comprato all’asta benefica inventata dal vulcanico Sabatini i biglietti spettanti alla squadra ospite, per gli altri diretta televisiva se hanno una parabola o un amico con la parabola.
In piazza Grande si sussurra del Bologna calcio messo male in serie B, ma quando si pensa alle due squadre di basket, Virtus inaspettatamente prima nella stagione dei piccoli passi, Fortitudo seconda con la sua gioventù, la voglia rivoluzionaria rimasta intatta, anche con lo scudetto sulla maglia; le voci si alzano, anche se c’è chi fra le tende sparse finge di snobbare l’avvenimento. Non è mai stato così, non lo sarà questa volta.
Pensando al derby di Bologna, che torna per la novantaseiesima edizione (54 vittorie Virtus) dopo una crudele sosta tecnica dal 23 marzo 2003, ci è capitato in mano il Manoscritto di un prigioniero, il patriota mazziniano Bini che più di cento anni fa ha descritto bene lo stato d’animo di chi vive battaglie che, in ogni caso, fanno piangere: una lacrima fu data alla gioia, una alla sciagura; la prima rinfresca, l’altra arde come lava.
Sarà così, è sempre stato così, come quando quelli della Fortitudo alzavano sulle spalle il barone Schull sanguinante e vincente (1969), come quando quelli della Virtus benedivano la mano santa da 4 punti per lo scudetto di Danilovic (1998).
Nella stagione in cui incautamente pensavamo di poter dedicare tutto alla sfida fra Roma e Milano sono tornati fuori loro, questi bolognesi che hanno costruito due grandi società con respiro europeo, con squadre che giustamente chiederanno a tutti di fermarsi, domenica al tocco di mezzogiorno, perché sarà la loro tromba, il loro entusiasmo, a far sentire vivo, importante, questo basket, che dirigenzialmente, magari, fa di tutto per essere piccino picciò.
La Virtus Caffè Maxim pensa di essere pronta, anche se questo momento non le sembra ancora adatto, perché il piano prevede l’invasione più avanti, ma questa è anche la sua forza, sentirsi libera di creare, dopo aver cercato di fondere bene vecchio e nuovo popolo, insomma una spinta che piacerebbe a Torquemada Porelli, principe del Fittone, l’uomo che fece del palazzo di piazza Azzarita il salotto dove colori e suoni si armonizzavano con il talento dei giocatori, di una società presa, come questa, sull’orlo del fallimento, una delle più grandi in Europa.
La Fortitudo Climamio, isolatasi nella fatica di una trasferta di coppa vinta alla fine sul campo dello Strasburgo, pensa di avere più talento e più amici per il suo derby in casa, ma per sentirsi davvero figlia di quella Effe che s’inventarono Tesini e Parisini, della squadra costruita da Giorgio Seragnoli per amicizia ed affetto, mai per calcolo politico o imprenditoriale, avrà bisogno di sentire intorno a sé qualcosa che vada oltre una coreografia preannunciata.
Tecnicamente ha panchina più lunga e più talento la Fortitudo, ma costruire di nuovo una squadra scudetto non è proprio facile. La Virtus che non era in testa da sola dal 2001 vola e punge ed è preparata anche a perdere. Questo conterà tanto e poi in un derby, si sa, nulla è scritto che i giocatori non vogliano scrivere.