Riecco la litania della sinistra: «Tutti a casa»

Da Prodi a D’Alema, l’opposizione fa a gara nell’alzare i toni. E Parisi insinua: «È questo il risultato della cena Berlusconi-Bossi?»

da Roma

Dopo l’«indegna gazzarra leghista», tutti a casa e «si vada subito al voto». La franchezza popolana di Clemente Mastella ha reso il senso della giornata di ieri, contrassegnata dalle reazioni a catena dell’Unione e dalla voglia, neppure tanto sotterranea, di «farla finita», di «dare la spallata». Così lascia sottintendere il duro intervento di Romano Prodi, che ha chiesto «gesti concreti, perché stavolta le scuse non bastano. Il Carroccio ha offeso l’Italia intera, l’aggressione al Capo dello Stato è inqualificabile. Solo le dimissioni di tutti i rappresentanti della Lega potranno consentire agli italiani di avere rispetto per il loro governo». E così lascerebbe intuire pure una velenosa illazione lanciata dal fedele Arturo Parisi: «E se la gravissima vergognosa contestazione fosse il risultato della cena tra Berlusconi e Bossi?».
D’altronde fin dai primissimi messaggi di solidarietà era apparso evidente il desiderio di tirar dentro il più possibile l’intera compagine governativa nello scivolone leghista. Enrico Letta (dl), il più lesto, giudicava l’episodio «gravissimo», tale da rendere «inammissibile la continuazione della presenza delle Lega al governo». Altrimenti, intimava Letta, «non rimarrà a Berlusconi altra scelta che rassegnare le dimissioni». Partiva così la rincorsa per costringere il premier a bacchettare i leghisti. «Prenda le distanze», invocava Rosy Bindi (dl), «si pronunci subito», pressava Nicola Zingaretti (ds), «dica se approva l’ignobile gazzarra», sfidava Marco Rizzo (pdci). «La Lega è andata oltre il limite del tollerabile - diceva Massimo D’Alema -, un fatto gravissimo, che non ha precedenti. La Lega chieda scusa, il premier intervenga». Il radicale Pannella parlava di «sacche di suburra nazista» nel Carroccio. Anche da comuni, province e regioni giungevano condanne, sostegni e solidarietà: per esempio dalla città di Napoli, per bocca della Jervolino, dalla Provincia di Roma (Gasbarra), dal governatore laziale Marrazzo, dal sindaco di Roma Veltroni («Ancora una volta la Lega Nord ha mostrato un intollerabile disprezzo per le istituzioni e per la Costituzione, sulla quale i ministri leghisti hanno giurato. Ciampi è stato fatto bersaglio di un’indegna gazzarra offensiva per tutto il Paese...»).
Le parole di condanna di Berlusconi non frenavano la valanga di accuse. «Berlusconi sospenda i ministri della Lega», proponevano allora D’Alema e Crema (sdi). «Questa Lega non può stare al governo», insisteva il verde Pecoraro Scanio. «Berlusconi decida - l’invito del leader ds Fassino -: vuole stare in Europa o con i ministri leghisti? La loro presenza è incompatibile...». «Fuori la Lega», incitava Oliviero Diliberto. «Inammissibile la contestazione a Ciampi - spiegava il rifondatore Bertinotti -, perché proviene da forze della maggioranza di un governo che è il principale responsabile di una dissennata politica di aumento dei prezzi. Almeno, prima di protestare la Lega abbia la coerenza di dimettersi dal governo che è responsabile di questa politica...». «Se ne debbono andare, non è un governo quello che ci disonora in Europa», aggiungeva il leader dielle Rutelli. Bordon e Angius chiedevano che il premier riferisca in Senato, perché la «misura è colma» e «ci vergogniamo di essere italiani... per questi quattro buzzurri». Lo stesso facevano i gruppi unionisti alla Camera, chiamando il premier a riferirne giovedì. Il socialista Intini parlava di «fascismo padano», il verde Boco di «barbari». Roseo l’orizzonte di Mussi (ds): «L’unica consolazione è che ci libereremo presto di questi neanderthaliani, bisogna avere un po’ di pazienza... È iniziato il conto alla rovescia».