Riecco Marini, il collezionista di poltrone

Il "lupo marsicano" è già riuscito a conquistare vette prestigiose: la Cisl, i resti della Dc e il Senato. Ora vuole scalare Palazzo Chigi. Da giovane lo chiamavano "scintillone" per gli abiti e le cravatte sgargianti

Se il presidente della Repubblica darà l’incarico a Franco Marini, non sarà per strategia ma per terapia. La terapia delle poltrone. Marini è uno che più ne ha, meglio sta. E il presidente taumaturgo ha a cuore la salute del «lupo marsicano», seconda carica dello Stato, che in una recente intervista ha confessato di «aver avuto una crisi a 70 anni». Una crisi? Com’è possibile che abbia una crisi il Grande Negoziatore, il «killer che uccide col silenziatore», l’ex segretario della Cisl, ex ministro, ex segretario del Ppi, ex segretario organizzativo della Margherita, ex eurodeputato, l’uomo che non si arrabbia mai?
«Psicologicamente è scattato un meccanismo», ha spiegato lui nel limpido gergo sindacale. «A 70 anni occorre essere consapevoli che si è in una fase diversa della vita, e lo dico io che sono stato ambizioso: per esempio, ho voluto io con tutte le forze divenire il numero uno della Cisl. Ora quando scatta il desiderio di ributtarmi nell’agone politico, l’anagrafe mi blocca». Ci pensano gli altri a restituirgli l’adrenalina perduta, aggiungendo una poltrona alla sua collezione lunga quasi come quella delle pipe (ne possiede oltre un centinaio). È anche il momento giusto: il 9 aprile sarà il compleanno numero 75.
Marini è tutto un paradosso. Era sindacalista ed è finito a fare il politico. Era leader della Cisl con l’orgoglio anticomunista «di essere l’unico democristiano seduto alle trattative», e come collega alla Camera si è ritrovato il subcomandante Fausto Bertinotti. Era in prima fila contro la componente comunista della Cgil, ed è diventato un alfiere dell’unità sindacale. Da delfino di Carlo Donat Cattin era nemico giurato di Andreotti, e il divo Giulio (era il 1991) gli affidò il ministero del Lavoro nel suo ultimo governo.
Nel 1995 lottò per evitare che il Cdu lasciasse il Ppi, salvo poi diventare segretario del partito orfano di Buttiglione. Nel ’99, quando abbandonò l’incarico, esortò i suoi a opporsi «al partito unico del centrosinistra»: ed eccolo adesso risucchiato nel pentolone del Pd veltroniano. Un Giano bifronte, che nasconde gli obiettivi e ottiene sempre quello che dice di non volere, facendo credere di esserci stato costretto.
La cocciutaggine dell’abruzzese unita alla resistenza del sindacalista l’hanno reso un asso della trattativa: prima delle elezioni è sempre riuscito a ottenere per il partito (Ppi prima, Margherita poi) più posti nell’Ulivo di quanti gliene spettassero. «È capace di contrattare su tutto, dai ministeri agli incarichi più modesti», ha detto di lui l’ex segretario della Uil Giorgio Benvenuto, altro sindacalista approdato in Senato con il centrosinistra (quota Ds). Pur essendo la mediazione fatta persona, Franco Marini sostiene però che il suo peggior difetto è «che sono portato a decidere subito».
Lo chiamavano «scintillone» per gli abiti colorati e le cravatte sgargianti. Poi è diventato il «lupo marsicano», lui che è nato lontano dalla Marsica nel paesino aquilano di San Pio alle Camere (un nome, un programma), terra dello zafferano. Da lupo ha sbranato lo «Squalo», inteso come Vittorio Sbardella, uomo forte di Andreotti sbaragliato nel collegio di Roma alle elezioni del 1992, le prime con la preferenza unica: 116mila schede per Marini, il candidato più votato d’Italia. Qualcuno preferisce dipingerlo come una volpe, che ora deve vincere la concorrenza di quel grillo parlante di Amato.
Da grande amante della montagna e delle vette impossibili, l’alpino Marini ha scalato la Cisl, i resti della Dc, il Senato. Aveva fatto un pensierino al Quirinale, ma gli sherpa l’hanno costretto a desistere. Si prospetta la trincea di Palazzo Chigi, e lui si augura di non finire come nel ’57, quando scivolò in un crepaccio della cima Sassetelli, sul Terminillo, e fu salvato da due compagni di cordata. Da bambino, quando scambiò una bellissima collezione di francobolli con una cassa di libri di Salgari, sognava di essere il Corsaro Nero: ora invece potrebbe diventare una specie di Pifferaio magico che tenta di trascinarsi dietro quello che resta del centrosinistra.
Grande resistenza, e grande lavorìo ai fianchi. Quando la Cgil di Lama o la Fiom di Bertinotti rompevano le trattative, lui ordinava ai suoi di andare avanti. Se Berlinguer bombardava sulla scala mobile, Marini tesseva l’accordo con Craxi sulla scala mobile. Romano Prodi lo guarda in cagnesco, perché dopo dieci anni lo ritiene ancora uno dei responsabili (assieme a Massimo D’Alema) della «congiura» che fece cadere il governo.
Suo padre era un operaio della Snia Viscosa con sette figli che dovette trasferirsi a Rieti. Il giovane Franco fece contento il genitore prendendo una laurea in giurisprudenza messa a frutto nel sindacato. Lo notò Giulio Pastore che lo volle tra i suoi collaboratori: l’altro astro nascente era Vincenzo Scotti, che lo precedette nella Dc. Marini rimase nella Cisl legandosi però a Donat Cattin e alla sua corrente di Forze Nuove. Alla morte del leader, ne prese il posto. Negli anni di Tangentopoli si avvicinò a Mino Martinazzoli, poi si schierò con Rocco Buttiglione, quindi si mise al servizio di Gerardo Bianco e alla fine ne prese il posto. In due anni il Ppi toccò il minimo storico (quattro per cento), ma lasciò a Pierluigi Castagnetti il compito di mettere la lapide sulla Balena bianca.
Da presidente del Senato ha avuto la soddisfazione di far toccare al centrosinistra il record di voti: 165. Tetto mai più raggiunto nei due anni successivi. Fu un’elezione problematica, con quei franchi tiratori che scrivevano «Frankie Marini» o «senatore Francesco Marini», o Mariti, o Marino. Un anno dopo scoppiò la polemica sulle sue proprietà immobiliari gestite da un fondo, e sulla casa di 14 stanze e 350 metri quadrati nel lussuoso quartiere romano dei Parioli. «Nella mia vita ho risparmiato molto», si difese lui. Ama le bevute in compagnia con i vini delle sue terre. Ma non disdegna l’«amaro calice». Men che meno quello che Napolitano gli potrebbe porgere stamattina.
Stefano Filipp