Riecco Sade, l’unico sex symbol capace di salvarsi dal gossip

Milano Almeno è sincera. Per dieci anni Sade se ne sta beata a casa sua e poi, tanto che torna con un cd nuovo, spiega che «faccio dischi solo quando ho qualcosa da dire». Per essere sinceri, non le accade spesso: solo sei volte in venticinque anni. Bilancio totale: 50 milioni di copie smerciate. Record personale: è l’artista donna inglese più venduta di sempre. Ma d’altronde Sade sopravvive anche in silenzio, nel suo silenzio dorato in una villa in campagna a Stroud nel Glouchestershire vicino ai Real World Studios di Peter Gabriel. Già che c’era, lei così pigra, ha inciso il nuovo disco proprio lì a casa dell’ex Genesis, in varie sessioni lunghe solo 15 giorni perché, sia mai, altrimenti ci si stanca troppo. E per non farsi mancare nulla, ha anche voluto che sua figlia Ila cantasse con lei in Babyfather: «E lei mi ha detto che trova la mia musica molto emozionante. Il che significa molto per me». Insomma, bentornata Sade, dieci anni mica sono pochi. D’altronde la sua immagine è così forte che le bastano un paio di foto e dieci canzoni delle sue come in Soldier of love per tornare come prima. Certo, si può anche dire che i brani di Sade siano tutti tristi e pazienza se lei spiega che «la tristezza ben gestita porta alla felicità». In realtà le sue canzoni, da Long hard road a Skin (bella ma proprio tanto) sono tramonti di soul, pieni di colori spenti ma vivissimi e il rosso vince in tutte le sue nuances, da quella passionale a quella malinconica. Dopotutto lei non si fa problemi a dire che ha proprio «un’inclinazione alla malinconia, anche se non sono una depressa cronica». In fondo, guai a voi se lo pensate. In materia d’amore, ammette, «ho dato pesantemente» e ciascuno tiri le sue conseguenze. E anche per il resto non si è trattenuta. È nata in Nigeria, Ibadan per la precisione, suo padre un economista irrequieto che dopo quattro anni se ne va per la sua strada. Mamma ed Helen Folasade Adu, che nel frattempo si faceva chiamare Sade e basta, tornano nel cupo Essex dove questa ragazza statuaria cresce come un ragazzaccio a pane e soul facendo pure la barista durante i fine settimana: «Una volta vidi i Jackson 5 di Michael Jackson e capii che anche io volevo quel pubblico lì: madri con bambini, persone anziane, bianchi, neri, ragazzini». Dal 1984 sostanzialmente ce l’ha identico: e per di più molti sono cresciuti con lei. Essendo perspicace, ha capito in fretta che per farlo bisognava togliersi dal tritacarne della stampa e difatti non la vedete quasi mai in tv né sui rotocalchi. Ma prima di esiliarsi, si è fatta sbranare anche lei: il peggior insulto, capirai, è stato che la sua musica fosse quella degli yuppies e che lei addirittura tifasse per l’intollerabile Margaret Thatcher. Conoscendo come va il mondo, non c’è nulla di più distruttivo: quindi bye bye. Missione compiuta. È la negazione del presenzialismo, l’ultima tournée è di nove anni fa, non frequenta locali à la page e passa il suo tempo, ci crediate o no, «a scrivere o a curare il giardino. Adoro scavare. Pianti un seme e cresce qualcosa di incredibile. Ecco, fare musica è la stessa cosa». E poi, guardatela. A 51 anni non ha bisogno di photoshop o trucchetti vari: non ha una ruga su di un volto così aristocratico da togliere ogni sospetto di pasticceria estetica perché, anche volendo, un chirurgo non potrebbe fare di meglio, altro che.