Riecco la tv dei tribuni Il partito di Santoro va contro il federalismo

Il conduttore di <em>Annozero</em> prima smentisce di voler scendere in
politica con Travaglio, poi ammette: &quot;Qualcosa faremo ma non diciamo di
più...&quot;

«Il partito non lo faremo ma qualcosa sicuramente faremo». Gioca sulle parole, Michele Santoro, come sua abitudine: lancia il sasso e nasconde la mano. L’ha fatto per tutta la puntata di Annozero di ieri sera, con frecciate, battutine, ironie sprezzanti. Ha concluso il monologo iniziale dicendo «Non ci sono telefonate, Annozero può cominciare», e il richiamo era alla chiamata del direttore generale Mauro Masi di una settimana fa. Quando Antonio Di Pietro paragona il Parlamento al «mercato delle vacche», Santoro interviene sussiegoso per difendere i ruminanti, «bestie dignitose». E poi il tormentone della puntata intitolata «Il re nudo»: le presunte foto che comprometterebbero Berlusconi. Più frequente di una pubblicità ricorre il ritornello santoriano: «Eh, mi sa che stanno arrivando altre rivelazioni», «Vedremo, settimana prossima volevamo parlare di tasse ma chissà che non arrivino altre foto».
«Qualcosa faremo, ma non diciamo di più»: la discesa in campo anti Berlusconi va messa a punto nei tempi e nei modi. Il conduttore Santoro non fa cenno al manifesto girotondino «Per legittima difesa» che farà da base al nuovo movimento politico. Ma ha ricordato l’iniziativa lanciata con Marco Travaglio e Barbara Spinelli di manifestare a Milano in difesa dei magistrati che indagano su Berlusconi. Corteo rimandato ma non annullato, come l’offensiva giustizialista dei teletribuni. «Berlusconi aveva preannunciato l’intenzione di manifestare contro i magistrati - ha detto Santoro -. Noi abbiamo annunciato una contromanifestazione per il diritto alla verità. Nel caso Ruby la privacy non c’entra, non solo perché il premier ha telefonato alla questura di Milano, ma anche perché nei videomessaggi il premier ha fatto dichiarazioni importanti che meritano di essere riportate».
Santoro non si è fermato. «Per fortuna il premier ha rinunciato a quella manifestazione e noi abbiamo deciso di rimandare la nostra. Poi i soliti giornali (tra cui il Giornale, ndr) hanno scoperto che noi faremo un partito. Non conoscono Marco Travaglio, perché bisognerebbe torturarlo per farlo scendere in politica. E non conoscono me, perché è dai tempi di Samarcanda che sostengo che la frammentazione politica è uno dei mali peggiori». E infatti il Michele Santoro, quando scese in politica con una trionfale elezione al Parlamento europeo, aveva scelto non un partitucolo massimalista ma la lista Uniti nell’Ulivo, nave ammiraglia della sinistra.
In attesa di mettere a punto la strategia, Santoro lucida l’arsenale mediatico. Immagini di Ruby in discoteca, muta, contestata da gruppi giovanili. Interviste ad attivisti lombardi del Pdl davanti ai gazebo del partito, compatti nel difendere Berlusconi ma presentati come dei poveri scemi. Telefonate dei militanti leghisti a Radio Padania, dove si dice che «Berlusconi è un bandito, non è una persona etica, non mi piace ma me lo devo tenere». I soliti siparietti con una serie di intercettazioni sceneggiate e recitate. Nulla che non fosse già stato pubblicato dai giornali, con una sapiente vendemmia delle chiacchiere più pruriginose.
In studio Castelli (Lega) e Bernini (Pdl) fronteggiano Bocchino e Di Pietro con Travaglio a bordo campo e Santoro arbitro: in pratica sono quattro contro due. Si spazia dal caso Ruby al voto sul federalismo, schermaglie sul parere votato ieri, il governo che tira dritto, il comitato bicamerale in cui non è stato ripristinato il rapporto tra maggioranza e opposizione dopo la nascita del Fli, le concessioni fatte alla sinistra e poi disattese. Santoro non si fa mancare neppure lo sfottò verso Luca Barbareschi, attore e deputato Fli incerto se ritornare con il Pdl, che annuncia: «Non voglio fare il sottosegretario». Annozero gli chiede se il motivo del ripensamento siano le due fiction della sua casa di produzione in bilico con la Rai (per complessivi 13 milioni di euro). Barbareschi si offende: «Crede che mi serva un cambio di casacca per spingere le mie fiction? Non ho mai avuto nessun favore dalla Rai». Barbareschi conferma di aver avuto la proposta di dirigere il Teatro Valle di Roma: ma gliel’ha fatta il sindaco Alemanno, non Berlusconi.