Rieccolo sul set a menare le mani (ma ha 64 anni)

Roma«Tornerò!»: «I’ll be back!». La tipica frase-minaccia pronunciata spesso da Arnold Schwarzenegger in Terminator, diventa realtà. L’ex-governatore della California, a gennaio lasciata con un buco di 20 miliardi di dollari al successore democratico Jerry Brown, ha appena cominciato le riprese del western moderno The last Stand, nelle intenzioni del regista sudcoreano Kim Jee Woon a metà strada tra Die Hard e Mezzogiorno di fuoco. Schwarzy torna sullo schermo con roba forte, dunque, tra inseguimenti testosteronici a 200 all’ora, il Nevada e il Messico sullo sfondo, e lo spirito di vendetta, riscatto e punizione, circolanti nel western per eccellenza di un altro austriaco come lui, quel Fred Zinneman che con Mezzogiorno di fuoco divenne popolare.
Anche se, da ebreo, la Hollywood dei Cinquanta lo considerava inadatto ai «cappelloni», genere quintessenziale al cinema Usa. Invece l’attore muscolare per eccellenza e cinque volte Mister Universo, a 64 anni si affida proprio a un maestro orientale per farsi aprire le porte dell’Asia, cinemercato in rilancio. Con sei film, Kim Jee Woon s’è già fatto un nome internazionale, anche cavalcando la sua nostalgia per Sergio Leone, al quale tributa un bell’omaggio nel western Il buono, il matto, il cattivo. Eclettico e in grado di passare dall’horror (Two Sisters) alla detective story più nera (I saw the devil), Kim sa il fatto suo e stavolta esordisce in inglese, assumendosi la responsabilità d’immettere un quasi pensionato, ancorché tosto, un po’ ammaccato dal costoso e doloroso divorzio da Maria Shriver, dentro una storia tesa. Arnie, che non ha mai avuto una controfigura («Nessuno ha la mia figura»,dice lui), in questa produzione Lionsgate da 30 milioni di dollari, con l’oscarizzato Forest Whitaker, sarà lo sceriffo Owens, uomo d’ordine rassegnato a combattere la microcriminalità in quel di Sommerton Junction, sonnacchiosa cittadina di confine. Lui, Owens, non è un santarellino: dal suo passato emergono grossi guai col corpo di polizia losangelino e un collega,rimasto paralizzato dopo una sua azione avventata. Il colpo di reni si presenta sotto forma d’un boss della droga (Eduardo Noriega, partner di Penelope Cruz in Apri gli occhi), fuggito da un blindato dell’FBI, che lo stava portando in tribunale. A bordo d’un bolide supersonico, il criminale, un ostaggio con sé, si dirigerà proprio verso la città frontaliera, dove lo sceriffo ha organizzato una strana squadra per bloccarlo, onde non farlo dileguare in Messico. Ne seguiranno sparatorie selvagge e inseguimenti in stile Fast&Furious, virato alla coreana: è il film giusto per «Governator», che cerca una rivincita personale dopo le recenti batoste.
L’ex-moglie Maria Shriver, pupilla del clan Kennedy, l’ha lasciato in mutande, dopo aver scoperto che non solo trafficava con la serva di famiglia, ma ne aveva pure avuto un figlio. Lei, d’altronde, dopo 25 anni di matrimonio e 4 figli, non peccava a desiderare la fine dell’ex-marito, lanciato nell’empireo dei piani alti americani grazie al suo cognome, precipitato nel fango da una storiaccia di sesso con domestica, in stile Karl Marx. Ma è ora di guardare avanti: Schwarzenegger (il cui cognome, in tedesco, sta per: “Negro nero”, “schwarze Negger” e il di lui ventilato razzismo starebbe persino nel nome) rientra nel giro del cinema, che comunque gli ha dato soddisfazioni dal 1976, quando «Arnold Strong» vinse un Golden Globe come “miglior attore emergente” con Stay Hungry. Ci volle Conan il Barbaro, nell’82,per consacrarlo re del box-office e, sebbene tra il 1983 e il 2005, Arnie abbia vinto 8 volte il premio come peggior attore, il Worst Razzie, può sempre vantare la trilogia di Terminator, con i critici proni ai suoi quadricipiti oliati. Tanto,un museo intitolato a lui, a Graz, già c’è e sta’ a vedere che adesso il nonno bodybuilder si fa fare un monumento a cavallo.