Rieducare i baby bulli? Col carcere

Dopo l’arresto fu chiesto il reinserimento nella società con misure più blande. La Cassazione: «Con tipi così è inutile»

Enza Cusmai

Quattro baby bulli - nessuno supera i 16 anni - fanno branco in un istituto professionale abruzzese. A scuola seminano il terrore, minacciano le ragazzine, sono accusati di aver violentato in gruppo una quattordicenne.
Che fare di questi quattro teppisti? Inserirli in una comunità e fargli finire gli studi o spedirli direttamente in carcere, sia pure minorile in attesa del processo? La Corte di Cassazione ha scelto la seconda strada. Con una sentenza che farà sicuramente discutere. Ma tant’è. I giudici si sono arresi all’evidenza. E hanno deciso che la scuola non ha il potere di correggere le devianze del gruppo terribile. Meglio tenerli dietro le sbarre. Sono più educative.
La terza sezione penale della Suprema corte ha dunque confermato la scelta del tribunale della Libertà dell’Aquila che aveva previsto per tre dei quattro giovani la custodia cautelare nel carcere minorile della città (solo uno è stato spedito in una comunità di recupero per il suo ruolo da non protagonista nella presunta violenza di gruppo). A nulla sono valse le proteste della difesa dei giovani che chiedeva una misura meno afflittiva considerata l’età scolare dei ragazzi. La Cassazione ha respinto questa argomentazione. «Consentire ai minori di tornare a scuola sia pure con l’imposizione delle doverose restrizioni - si legge nella sentenza numero 17082 - getterebbe nel panico la parte offesa e tutte le minori che frequentano l’istituto, che vivono in condizioni di terrore alla vista del solito gruppo». Non solo. Sulla mancata scolarizzazione del gruppo, invece, i giudici spiegano che «gli indagati non hanno avuto alcuna resipiscenza e sembrano non avere compreso la gravità dei fatti commessi e non sarebbero in grado di comprendere il significato delle prescrizioni né di rispettarle».
In pratica, dice la Corte, anche se i ragazzi sono tutti minori giovanissimi, «non si possono adottare misure tolleranti» e non si può rivendicare «la mancata frequentazione scolastica» che provoca «l’interruzione dei processi educativi», quando si ha a che fare con studenti che mostrano un totale «disinteresse allo studio» mostrandosi «sordi a tutti i richiami dei docenti».
Il carcere, dunque è quello che si meritano. Per ragazzini di questa pasta non sembra ci sia altra strada. E non lo dice solo la Cassazione. Anche lo psicologo è d’accordo. Maria Rita Parsi, presidente dell'Associazione Movimento Bambini, dice: «Siamo davanti ad una sentenza significativa che deve fare riflettere anche il mondo della scuola». «Con questo verdetto - aggiunge la Parsi - la Cassazione non è che abbia voluto dire in assoluto che la scuola non educhi. Ma di fronte al dilagare di episodi di bullismo tanto gravi, anche in ambienti scolastici, è giunto il momento che la scuola rifletta e si attrezzi per diventare anche luogo di recupero». Dati alla mano, Maria Rita Parsi ricorda che le statistiche relative agli abusi sulla popolazione infantile sono drammatiche. «Il 5 per mille dei minori sono vittima di abusi - ricorda - di maltrattamenti e di ogni genere di violenza».
Anche Telefono Azzurro denuncia dati allarmanti sul bullismo, che coinvolge almeno un minore su tre. Il fenomeno è in crescita, tanto che l'associazione, da anni in prima linea nella difesa dei diritti dell'infanzia, ha dedicato un “Quaderno” rivolto agli insegnanti e alle famiglie.