«La rieducazione», un film da 500 euro va alla conquista della Mostra del Cinema

Il lavoro di quattro trentenni della periferia romana chiuderà la Settimana della Critica

da Milano

Tre mesi, cinquecento euro. Sembra l’offerta last minute di un’agenzia di viaggi. Ma in realtà sono il tempo che c’è voluto e i soldi spesi per girare La rieducazione, l’unico lavoro italiano presente alla Settimana internazionale della critica (Sic) del Festival di Venezia, come evento speciale conclusivo, fuori concorso.
I protagonisti di questo viaggio low cost nel mondo del cinema sono Davide Alfonsi, Alessandro Fusto, Daniele Guerino e Denis Malagnino, quattro registi esordienti di Villanova di Guidonia, periferia di Roma, riuniti sotto il nome di collettivo Amanda Flor. Il film che portano sulla Laguna è in bianco e nero, dura poco più di un’ora e mezza, è girato in digitale nelle zone di Guidonia, con attori non professionisti, un canovaccio al posto del copione e un budget di 500 euro speso quasi tutto in telefonate per concordare gli orari, hanno scherzato i quattro ragazzi. La cosa più difficile, dato che hanno tutti trent’anni e fanno chi il cameriere, chi il titolare di un’impresa di pulizia, chi l’imbianchino. Non hanno mai frequentato scuole di regia, e anzi, fino a due anni lì dove vivono non esisteva neanche una cinema. Ma la voglia di raccontare la realtà della periferia romana ce l’hanno da tempo e già l’anno scorso girarono un primo film.
Il protagonista de La rieducazione è Marco (interpretato da un quinto amico del gruppo, il più bravo alle recite scolastiche), laureato disoccupato che passa tutto il tempo in parrocchia. Suo padre, insofferente per la situazione, lo fa andare a lavorare come manovale in un cantiere, ma Marco finisce col tradire la fiducia di tutti. Il collettivo Amanda Flor punta a immortalare l’Italia del precariato, della meschinità e dei voltagabbana che mettono gli interessi personali sempre al primo posto. Per questo si è dotato di una specie di manifesto ideologico: tra i punti fondamentali il compito per il collettivo di curare ogni aspetto della realizzazione del progetto, di raccontare personaggi tratti dal quotidiano in cui vivono i membri del collettivo, di lavorare esclusivamente con mezzi strettamente necessari alla realizzazione del progetto e di evitare stereotipi o macchiette. Un’operazione verità, insomma, di cui secondo loro il cinema italiano di oggi ha proprio bisogno.
La rieducazione è per tutti e quattro l’inizio di qualcosa di nuovo: di una grande popolarità, innanzitutto, che li sta portando sulle pagine dei giornali e su centinaia di siti internet, non solo italiani ma anche inglesi, francesi e tedeschi. Ma è anche il primo capitolo di una trilogia intitolata il Ciclo dei Finti, il cui secondo episodio, Afa, è già in corso d’opera.
«L’unico motivo per il quale non abbiamo inserito il film nel concorso - ha spiegato Francesco Di Pace, delegato generale della commissione di selezione della Sic - è che il regolamento ci impone di presentare solo lavori in pellicola e questo non era possibile riversarlo». Costa circa cinquantamila euro riversare un film in pellicola. E se girare a basso costo è possibile, come hanno dimostrato, per arrivare nelle sale bisogna investire anche cifre proibitive nel lancio pubblicitario. Se i ragazzi non riusciranno ad aggiudicarsi il Leone del futuro (centomila euro devoluti dalla Filmauro), per «sfondare» potranno solo sperare nell’aiuto del comune di Guidonia. \