Riello (Aefi): «Un nuovo modello per rispondere alla crisi»

(nella foto), presidente di Aefi, l'Associazione che riunisce i poli espositivi italiani: «Lo scorso anno si è chiuso con un bilancio pressoché in linea col 2010: stabili i metri quadrati venduti e i visitatori, in lieve calo soltanto gli espositori, a dimostrazione che la fiera è l'ultima tra le attività cui l'impresa può rinunciare. Ma un orizzonte in ulteriore deterioramento deve far ragionare in modo diverso, integrando l'impegno dei quartieri con la condivisione dei rischi d'impresa e spingendo a considerare l'intero sistema come una fetta della politica industriale del Paese». Al quale si ascrive un business nell'ordine dei 60 miliardi e, soprattutto, il ruolo di catalizzatore del 10% dell'export nazionale. Le fiere italiane, animate ogni anno da 100mila espositori e 4 milioni di visitatori, di cui rispettivamente il 28% e l'8 per cento esteri, costituiscono uno strumento promozionale quasi esclusivo per tre quarti delle imprese e per l'88% delle Pmi nostrane.
Secondo solo alla Germania in ambito europeo, il sistema fieristico italiano è dunque una piattaforma di rilevanza strategica per la valorizzazione del tessuto economico del territorio e più in generale del Made in Italy Oltreconfine. Ma va risolta la frammentazione degli appuntamenti evitando la competizione tra quartieri e facendo altresì emergere la reale valenza internazionale delle manifestazioni: sono 209 nel calendario 2012, rappresentative di 28 settori merceologici e distribuite in 14 regioni.
Tra queste le rassegne inedite sono ben 14, a dimostrazione della vivacità e del dinamismo del comparto, «senza dubbio in grado di esprimere puntualmente - sottolinea Riello - le nuove aree di business che si affacciano alla ribalta globale. Un cambiamento operativo e un nuovo modello sono comunque necessari per rispondere all'attuale situazione economica: la concorrenza interna brucia inutilmente risorse e il nodo per cui oggi il sistema fieristico italiano è un mix di capitale pubblico e privato, soggetto agli interessi particolari del territorio, va superato ai fini di uno sviluppo serio e adeguatamente supportato». Iniziando dalle partnership tra operatori, da calendari concordati e soprattutto dalla certificazione d'internazionalità delle rassegne, come accade all'estero nella stragrande maggioranza dei casi. «Si tratta di razionalizzare - chiarisce il presidente di Aefi - puntando all'eccellenza in ogni singolo settore: per questo stiamo lavorando di concerto con il Comitato fiere industria, nell'ambito di un tavolo aperto a tutta la filiera».
Quell'opera di ottimizzazione e di rilancio in proiezione internazionale che dovrebbe trovare utile sponda, dopo la soppressione dell’Ice (Istituto per il commercio estero), in un'apposita cabina di regia dell'offerta fieristica italiana istituita presso il ministero dello Sviluppo Economico. All'auspicato coordinamento si aggiunge la richiesta di finanziamenti puntuali: «Una volta identificate le rassegne di respiro internazionale, devono seguire gli stanziamenti a favore dei relativi processi di sviluppo, indispensabili alla luce della sproporzione tra la dimensione di attività del sistema fieristico e gli investimenti necessari per la sua crescita». In un contesto globale che, stando all'ultima indagine dell'Ufi, l'associazione mondiale delle fiere, rischia di vedere l'Europa avvitarsi su se stessa, mentre nelle Americhe e soprattutto in Asia si risente meno delle difficoltà economiche generali. Tra il 2008 e il 2010 il mercato statunitense, il più importante con 23,3 milioni di metri quadrati affittati, è calato del 7%; trend inverso in quello cinese, al posto d'onore con 13 milioni di mq locati, che ha registrato una crescita del 6% (mentre l'Asia nel complesso ha segnato un più 4 per cento); fanalino di coda il Vecchio continente, dove l'attività fieristica ha accusato una flessione del 10%, probabile spia della fine di un ciclo.
DLM