Rifare è un po’ tradire (ma per amore)

Letteratura, cinema, musica pop, arte: gli anni Ottanta furono l’epoca
del remake, oggi invece domina la cover. Meglio l’originale o la copia?
Lo sapremo soltanto alla prossima imitazione

Gli anni Ottanta sono stati l’epoca della citazione e del remake. In pieno clima postmoderno, recuperato finalmente un rapporto sereno con la storia e il passato, si diffonde la moda di giocare con le fonti, denunciando così l’origine della propria ispirazione, e in qualche caso di rifare (quasi) letteralmente un modello. È il tempo dei registi che studiano cinema all’università e dei pittori che imparano l’arte al museo: alcuni film di Brian De Palma sono zeppi di riferimenti a Hitchcock, sia nella trama sia nei movimenti di macchina, altri registi, come Jim McBride, omaggiano la Nouvelle Vague rifacendo Fino all’ultimo respiro, il capolavoro di Godard, in versione hollywoodiana e sexy. Nei dipinti della Transavanguardia e dei Nuovi Selvaggi tedeschi, insistita è l’evocazione della pittura novecentesca, con evidenti richiami a Sironi o De Chirico, Grosz o Beckmann. Senza contare la corrente degli Anacronisti, che si diverte a imitare il linguaggio del Manierismo cinquecentesco.

Tipica dell’era contemporanea è la trasformazione del remake in cover, una pratica di «rifacimento» ormai diffusissima nell’arte e nella musica, nella letteratura e nel design. Il critico Marco Senaldi, che ha studiato gli effetti di questo fenomeno nel saggio Cover Theory. L’arte contemporanea come re-interpretazione (Scheiwiller, 2003), ha sottolineato che «la sensazione straniante è quella non di ritornare semplicemente indietro nel tempo, ma di stare dentro un tempo doppio, un tempo appartenente a un prima che si è rivelato, alla fine, solo adesso».

Pur essendo amplissima la casistica, c’è un episodio (e una data) che segna il punto di non-ritorno nella pratica della coverizzazione. Nel 1998 il regista americano Gus Van Sant ricostruisce maniacalmente, come un calco fedele dell’originale, Psycho di Alfred Hitchcock. Il (nuovo) film è a colori, gli attori sono diversi, ma le sequenze sono replicate tali e quali le originali. Curiosamente, sempre nel ’98, una coppia di artisti inglesi, Iain Forsyth e Jane Pollard, decidono di rifare, a distanza di venticinque anni, l’ultimo concerto di David Bowie nella parte di Ziggy Stardust, coinvolgendo un perfetto sosia del musicista, recuperando i costumi originali e invitando alla rappresentazione alcune persone che erano già presenti al live di Bowie del ’73.

Indispensabile dunque quella consapevolezza concettuale, tipica nell’arte contemporanea, che va ben al di là del semplice omaggio o del rimando più o meno esplicito. Più che i tableaux vivants di Luigi Ontani, dove l’artista si mette in posa seguendo l’iconografia antica o il gesto di ricalcare le prime pagine dei giornali, messo in pratica da Alighiero Boetti, più che i «falsi» Andy Warhol eseguiti da Mike Bidlo o la teoria appropriazionista di Richard Prince che fa sue alcune immagini della pubblicità (le più famose sono quelle di Marlboro Man) riproponendole pari pari, bisogna considerare alcune operazioni estreme, come il particolare rifacimento di Pierre Huyghe del film Quel pomeriggio di un giorno da cani, ispirato a una storia vera. Dopo aver rintracciato l’autentico protagonista della vicenda, Huyghe gli chiede di recitare in un nuovo film, dove poter sovrapporre la sua verità, diversa da quella della fiction.

Queste coverizzazioni sono tra i rari casi in cui l’arte concettuale riesce a divertire, come testimoniava alcuni anni fa la curiosa mostra «Neo Con» curata da Cristiana Perrella all’Accademia Britannica di Roma, basata sull’eccentrico umorismo di alcuni giovani autori contemporanei che si divertono a rimettere in scena le seriose performance degli anni ’70. Tra i più beffardi, il lavoro di Francesco Vezzoli, The Return of Bruce Nauman’s Bouncing Balls, che chiama un attore porno per rifare un video girato da Nauman nel 1969, mentre rimbalza i suoi testicoli con una mano.

Se l’arte si mantiene sulla soglia dell’irriverenza, nella letteratura questo atteggiamento sfiora la parodia. Quirk Books è una curiosa casa editrice americana che ha creato un vero e proprio filone di rivisitazione di romanzi classici. Il primo titolo è Orgoglio e pregiudizio e Zombie (pubblicato in Italia da Nord), in cui alle pagine originali, fedelmente riportate, di Jane Austen si sovrappongono a un certo punto le nuove vicende firmate da Seth Grahame-Smith che sembrano un film di George Romero. Sarà presto il turno di Tolstoj, per celebrarne il centenario della morte, in una variante «impazzita» di Anna Karenina ambientata tra robot e cyborg: Android Karenina uscirà in giugno, scritto dall’inconsapevole russo insieme a Ben H. Winters, specialista di fantascienza.

E se nel caso del design, o più propriamente re-design, quando si considera la riproposizione di oggetti pensati e progettati decine di anni fa, dalla Mini alla Cinquecento, i dettagli tradiscono che si tratta di cose nuove di zecca, pur travestite da repliche, l’immissione nel «tempo doppio» si verifica soprattutto nella musica. Lasciamo perdere l’effetto nostalgia che può provocare l’ascolto di una cover di un must della nostra giovinezza, reinterpretato da Battiato, Elisa, Francesco Renga o (per i più sofisticati) Cat Power, e trascuriamo il fatto che le nuove versioni quasi sempre non sono belle quanto l’originale - però Bob Dylan onestamente disse che la sua All Along the Watchtower nelle mani di Jimi Hendrix era davvero un’altra canzone - e consideriamo quelle operazioni di riscrittura totale, che ambiscono di fatto a ottenere un significato nuovo.

Passiamo veloci su Fabrizio De André, massacrato prima da Morgan e poi scolasticamente eseguito dal figlio Cristiano. Nel 2007 i Dirty Protectors, band di Brooklyn particolarmente incensata dalla critica, ha pubblicato Rise Above, personalissima lettura di Damaged dei Black Flag, uno dei migliori dischi della band californiana hard core punk, pubblicato nel 1981. Qui la coverizzazione sconfina nella vera e propria riscrittura, a partire dal minutaggio dei pezzi, brevissimi nell’originale, irriconoscibili quando trasformati in suite acustica. Ben oltre sono andati i Flaming Lips da Oklahoma City che la notte dello scorso capodanno hanno deciso di eseguire, a sorpresa, l’intero album mito dei Pink Floyd Dark Side of the Moon. Questo lavoro, che certamente comparirà in molte playlist a fine 2010, segna la mutazione del pop-rock in arte per l’elevato livello di consapevolezza critica e concettuale del progetto. L’interpretazione di Wayne Coyne & Co, disponibile solo su i-Tunes, grazie anche alle collaborazioni di Henry Rollins e Peaches, sembra riportare i Pink Floyd all’era barrettiana, allucinata e psichedelica, dunque in linea con lo stile Flaming, ed è completamente disorientante, ebbra, a tratti rumorista e futurista, riuscito connubio tra avanguardia e pop.

Niente a che vedere con gli innumerevoli «omaggi» che hanno devastato a più riprese il disco col prisma, a cominciare da una tremenda versione dub, qui la filologia si scontra con l’ambizione del completo rifacimento. E ne viene fuori qualcosa di assolutamente nuovo e irresistibile.