Rifiutato il sangue di donatore gay «Tutelati i pazienti»

Marisa de Moliner

da Milano

La buona volontà non è sempre premiata. Anche quando si vuole fare del bene. Ad impedirlo sono situazioni complesse e battaglie di priorità. È proprio quanto s'è verificato al Policlinico di Milano, dove s'è scatenato un caso che fa scontrare i diritti della salute contro quelli dell'uguaglianza. Non è stata accettata la donazione di sangue offerta da un trentanovenne omosessuale. I medici del centro trasfusionale sono stati irremovibili nonostante la rassicurazione offerta dal giovane volenteroso milanese che ha garantito d'avere solo rapporti sessuali protetti. La stessa forma di garanzia richiesta ai donatori eterosessuali. La loro parola, di non imbarcarsi in avventure sessuali e di non fare uso di stupefacenti, è sufficiente. Per gli omosessuali le stesse promesse non bastano. Ed è polemica, a cominciare dal ministro della Salute Francesco Storace che ravvisa addirittura la configurazione di un reato. E ha aperto un'indagine sulla vicenda che ha avuto luogo il 16 agosto quando Paolo Pedote si è visto rifiutare dai sanitari del centro trasfusionale e d'immunologia dei trapianti la sua prima donazione di sangue. Una scelta verso cui era stato spinto da un volantino su cui c'era scritto. «Se hai sangue nelle vene, dimostralo!». È quello che ha fatto. È andato in ospedale. Ha compilato il modulo. Fin qui tutto era filato liscio. Il guaio è arrivato al termine di un colloquio con una dottoressa quando il trentanovenne ha rivelato la sua omosessualità. Una condizione che, secondo lui, non lo metterebbe a rischio perché dichiara «la discriminante devono essere i rapporti a rischio e non l'omosessualità». Sembra essere dello stesso parere il ministro Storace, indignato quasi quanto il protagonista della vicenda. «Quanto è accaduto al Policlinico di Milano - commenta il capo del dicastero della salute - è inaccettabile e potrebbe configurare addirittura un reato». È quanto probabilmente chiarirà l'indagine che ha fatto partire. «Vanno accertate - precisa Storace - le responsabilità amministrative e i comportamenti penalmente sanzionabili».
I responsabili del Policlinico rifiutano l'accusa di discriminazione arbitraria. «Di sangue c'è tanto bisogno e sarebbero illogiche, prima ancora che ingiuste, le discriminazioni arbitrarie» risponde Paolo Rebulla, responsabile del Centro trasfusionale e d'immunologia dei trapianti del Policlinico. «Tuttavia- prosegue - abbiamo il dovere fondamentale di proteggere i pazienti che ricevono il sangue. La definizione di rischio è, sì, affidata a parametri oggettivi, ma è anche integrata dalla valutazione discrezionale del medico».
«Nel caso in questione - precisa il professore - permangono alcuni elementi relativi al rischio del partner. I test di selezione che si effettuano sul sangue donato, inoltre, presentano, seppur in misura ridotta, margini di errore. Ed è qui che nasce la nostra forte prudenza».
Un ragionamento che fa infuriare le associazioni per i diritti degli omosessuali.Più che una battaglia tra gay e camici bianchi ne è in corso una tra la tutela della salute e la tutela dei diritti.