Rifiuti e baby gang, la città getta la spugna

Le agenzie di viaggi sconsigliano agli stranieri tour non accompagnati

nostro inviato a Napoli

«A volte qui si paga il pizzo anche solo per andare al cesso. La camorra e la microcriminalità non si possono sconfiggere, ci si può solo convivere, cercando di non farsi troppo del male. Questa è una città sconfitta, si vive con il senso dell’agguato». Il tassista che accompagna il cronista dalla stazione al centro della città ripete una delle frasi-simbolo della rassegnazione partenopea. E declina un concentrato di quella rabbia verbale, pronunciata col silenziatore e condita da un pizzico di filosofia, che è da sempre nel Dna dei napoletani. L’ultimo dibattito sulla salute malferma della città è stato acceso dalla copertina di uno degli ultimi numeri de l'Espresso. Titolo: «Napoli addio». Ovvero storie di ordinario e straordinario degrado. Un ritratto a tinte fosche della metropoli campana che ha diviso la città. Gigi D’Alessio ha stracciato la copertina del settimanale sul palco di un concerto. Altri hanno respinto quell’identikit liquidandolo come una resa dei conti interna alla sinistra. Altri gli hanno opposto il giudizio del New York Times che ha definito Napoli «una delle città più interessanti al mondo». Moltissimi altri, però, hanno abbandonato l’orgoglio campanilistico e ne hanno approfittato per intonare un mea culpa intimo e profondo, tentando di scuotere una città piegata su se stessa, oppressa, tanto nelle viscere quanto nei quartieri bene, da una cappa di violenza sempre più fitta e invadente. La stessa scintilla di autocoscienza si è riaccesa a Napoli dopo l’addio di Rosa Russo Jervolino. Al sindaco tutti riconoscono uno specchiato spessore etico. Ma non nascondono che il messaggio proveniente dal suo addio a Palazzo San Giacomo somiglia molto a quel desiderio di fuga che molti coltivano in questa città, pur amandola di un sentimento profondo e perverso. Tanti cittadini un tempo avvezzi alla casbah, alla sensuale Babilonia napoletana, sono stufi di sentirsi ostaggio della loro città. Non ne possono più di quelli che tentano di evitare il traffico usando le corsie di emergenza se non i marciapiedi; dell’infinita catena di nepotismi; dei vigili che si voltano dall’altra parte di fronte alle violazioni; di una città dove i tour operator preferiscono “consigliare” ai croceristi di evitare avventurose visite all’interno della città. È facile scadere nel catastrofismo quando si parla del capoluogo campano e sbandare in uno scuro affresco neorealista.
Ma fa male sentir narrare le avventure dei “cuozzi”, ovvero di quei branchi di ragazzini tra i 13 e i 20 anni che probabilmente non sono mai andati a scuola e parlano un dialetto incomprensibile anche agli stessi napoletani. Uno sciame selvaggio che gira sui motorini sempre in due o in tre, naturalmente senza casco. Il loro passatempo? Presentarsi all’improvviso carichi di bottiglie e catene picchiando selvaggiamente chiunque gli capiti sotto tiro.
Colpisce vedere cumuli di immondizia agli angoli delle strade e ricordare che di oltre mille camion smaltimento rifiuti acquistati e consegnati alla municipalizzata campana, oltre 500 sono scomparsi. C’è stato un successivo dibattito su questi camion mancanti? Ci sono indagini in corso? E ancora: nell’infinito menù di emergenze partenopee era davvero prioritario per il Comune spendere 1,2 milioni di euro per l’acquisto degli stabili occupati dal centro sociale Officina 99 allo scopo di donarli agli stessi occupanti? Ed è davvero necessario spendere circa un miliardo di lire al giorno per smaltire i rifiuti, che vanno in Germania e la Germania, oltre a incassare i soldi, riutilizza i rifiuti per produrre energia? Certo ci sarebbe il termovalorizzatore. Ma i più disincantati dubitano che si costruirà mai. La camorra, dicono, ci perderebbe troppi miliardi. In fondo non è casuale che i camorristi chiamino la spazzatura «L’oro ca’ fete», l’oro che puzza. Nelle tante storie di ordinario degrado non bisogna dimenticare di far brillare nel giusto modo quell’oro locale che è la pazienza. I napoletani vantano, infatti, alcuni poco invidiabili primati: passano 140 minuti al giorno nel traffico, perdendo ogni anno 66 giornate lavorative imballati nelle loro auto. Patiscono il sovraffollamento, con punte di 17mila persone per chilometro quadrato. Più di 450mila famiglie si trovano stabilmente sotto la soglia della povertà in Campania (cioè sotto 7mila euro all’anno), più di Lombardia, Piemonte, Liguria e Triveneto messe insieme. Condizioni oggettive di disagio a cui si unisce il comodo galleggiare di alcuni nel «chiagne e fotte», come dimostra la furbesca autocertificazione sanitaria a cui molti ricorrono, dichiarandosi disoccupati per non pagare il ticket. In questo scenario fosco non mancano naturalmente le luci. Il fervore culturale, ad esempio. Ma anche un maggior uso del casco da parte dei giovani, dopo la legge del senatore di An Luigi Bobbio che dispone la confisca del ciclomotore per chi al volante non porta il casco o guida con una seconda persona a bordo. Ad agosto, nei primi 20 giorni, Napoli strappò il record italiano: 700 sequestri. E anche gli scippi subirono un calo grazie a questa legge, nonostante il ritardo nelle vendite all’asta da parte delle prefetture abbia rallentato le confische. Qualche segnale, insomma, c’è. E se molti coltivano dentro di loro il “Fuitevenne” della famosa filippica di Eduardo, tanti altri restano a Napoli. Scottati dall’illusione bassoliniana ma ancora tentati dall’antico mestiere della speranza.