Rifiuti tossici nei lavandini: sequestrato il dipartimento di Farmacia

Metalli pesanti come cadmio, zinco, mercurio, antimonio, utilizzati per esperimenti sui medicinali finivano dritto nei lavandini dei laboratori di Scienze farmaceutiche. Inquinavano e contaminavano il sottosuolo, giorno dopo giorno. Bastava mettere piede dentro le aule di chimica, passare per i corridoi, sostare negli uffici e si respirava un'aria che faceva lacrimare gli occhi, provocava gola secca e forse anche di più. In 10 anni altrettante persone che frequentavano quei luoghi, sarebbero morte per cancro ai polmoni e per leucemia. Il grido di allarme lanciato da un assistente tecnico che, un anno fa, aveva chiesto di essere trasferito e un esposto anonimo hanno fatto scattare l'indagine della magistratura. Ieri mattina i carabinieri hanno sequestrato l'intero Dipartimento di Scienze farmaceutiche, sigillato le porte e delimitato la zona a verde attorno per almeno 50 metri a studenti e professori. Nel registro degli indagati per disastro colposo e gestione di rifiuti non autorizzata, sono finite 9 persone. Tra queste spiccano i nomi dell'ex rettore dell'Università di Catania, Ferdinando Latteri, il direttore amministrativo dell'ateneo Antonino Domina e il direttore del dipartimento di Scienze farmaceutiche Vittorio Franco a capo della commissione permanente per la sicurezza, oltre a Lucio Mannino dirigente dell'ufficio tecnico e cinque componenti della commissione permanente sulla sicurezza, Marcello Bellia, Giuseppe Ronsisvalle, Francesco Paolo Bonina, Giovanni Puglisi e Fulvio La Pergola.
Le indagini hanno appurato che gli esperimenti sui medicinali finivano nei lavandini dei laboratori inquinando il sottosuolo di una buona parte della cittadella universitaria, lungo la circonvallazione di Catania. Dalle vasche di raccolta in cui venivano versati metalli pesanti altamente inquinanti e in alcuni casi anche cancerogeni sarebbero fuoriuscite esalazioni fortemente irritanti e nocive. Ma cosa più grave che i vertici dell'università sarebbero stati a conoscenza del disastro che veniva arrecato al sottosuolo e dunque a conoscenza dell'inquinamento e della contaminazione, ma che non avrebbero mai «attivato - come scrivono i magistrati della procura - gli opportuni provvedimenti previsti dalla legge a garanzia della salute delle persone».