Il rifiuto di Olmert

La pubblicazione delle dichiarazioni fatte dai massimi dirigenti israeliani alla Commissione d’inchiesta sulla seconda guerra del Libano non ha aggiunto, ieri, nulla di nuovo a quanto già si sapeva. Ha però confermato l’incompetenza, l’irresponsabilità, l’impreparazione delle forze armate e l’atteggiamento da «scarica barile» sull’esercito dei due principali indiziati, il premier Olmert e il ministro della Difesa Peretz.
«Il Capo di Stato Maggiore (generale Halutz, dimissionario) mi disse che l’Esercito era pronto», ha detto Olmert a sua difesa. «Non sono stato informato dello stato di preparazione delle truppe», aggiunge il ministro della Difesa. Ma nell’immediato, come andiamo sostenendo da settimane su questo giornale, l’impatto delle rivelazioni della Commissione non avrà effetto alcuno se per effetto si intendono le dimissioni di Olmert e di Peretz che il pubblico, i media, l’opposizione e personaggi chiave all’interno del partito Kadima di Olmert (come il ministro degli Esteri Livni) chiedono a grande voce.
Le ragioni che spiegano il rifiuto di Olmert di lasciare la guida del governo una volta tanto fanno onore al suo senso di responsabilità. Israele è una democrazia parlamentare. Quando c’è, come nel caso attuale, una maggioranza al Parlamento che sostiene il governo (come dimostrano le due mozioni di sfiducia dell’opposizione respinte nei giorni scorsi) è logico che un esecutivo non si affretti ad abbandonare il potere. Ma nel caso di Olmert c’è anche il dovere di non farlo nell’immediato. Anzitutto perché è conscio della preoccupazione dei circoli economici e militari per dimissioni che automaticamente comporterebbero la caduta del governo e la ricerca di un altro che per il momento non c’è. Con il conseguente pericolo di elezioni anticipate che trascinerebbero il Paese in mesi di sfrenata lotta elettorale.
Affrontare una nuova possibile guerra o uno stato di crisi interna in assenza di governo sarebbe pericoloso. Quello che Olmert sta facendo non è perciò un cinico aggrapparsi alla poltrona ormai sfasciata. È uno sforzo per cercare di creare - come fu il caso alla vigilia della guerra del 1967 - una coalizione di unione nazionale. Non ci riuscirà perché è troppo compromesso e disprezzato dall’elettorato. Ma sa di dovere attendere sino almeno al 31 maggio quando il Partito laburista, partito chiave della presente coalizione, terrà le sue «primarie» per scegliersi un nuovo capo (al posto di Peretz malamente finito alla Difesa) e indicare quale dei suoi dirigenti con esperienza militare e politica (il più evidente è Ehud Barak) sarà designato al posto di eventuale premier o ministro della Difesa nella prossima coalizione. Allo stesso tempo con tutta probabilità si ritirerà dalla coalizione provocando una ordinata crisi di governo che molti sperano verrà risolta con una coalizione di transizione sufficientemente compatta e competente da traghettare il Paese verso nuove elezioni con partiti internamente riformati. A questo si deve aggiungere il desiderio di avere un nuovo presidente della Repubblica (anche lui da eleggere prossimamente), carica rappresentativa ma che comporta il compito di scegliere, dopo consultazioni, a quale capo di partito affidare l’incarico di formare il governo.
Alla carica di presidente ha ribadito ieri la sua candidatura Shimon Peres, ma non è detto che come vice premier nell’attuale degradato governo, venga scelto dalla maggioranza dei deputati. È possibile che gli venga preferito un esponente della destra come il deputato Rivlin, già presidente del Parlamento non toccato da scandali personali e non implicato nelle responsabilità della guerra. C’è dunque da credere che nonostante i clamori dei media, sino a luglio di grossi cambiamenti sulla scena politica israeliana non ve ne saranno. Sempre che gli arabi non si lancino in qualche avventura militare o terroristica e - una volta di più nella storia - tolgano la dirigenza israeliana dalle sue indecisioni.
R.A. Segre