«Rifondazione? Bastano due acquisti»

Milano. Facile indovinare il futuro del Milan, con o senza Ancelotti in panchina. Carletto o Leonardo: non si scappa da questo bivio tra tre mesi o quindici, a seconda del piazzamento in classifica. «Basterebbero due acquisti, non c'è bisogno di una rifondazione» è la fede incrollabile di Ancelotti nel gruppo attuale. Uno è già arrivato, si scalda tutta la settimana ma non può giocare la domenica per questioni di tesseramento: si chiama Thiago Silva, è un brasiliano col turbo nei muscoli, di statura modesta anche se dotato di uno stacco formidabile e di mestiere fa il difensore. Non è stato ancora pagato: indispensabili i soldi della Champions per coprire la cifra promessa ai brasiliani, 12 milioni di euro.
Servirebbe come il pane, in queste ore, Thiago Silva. «Non siamo mai stati alti in difesa, i gol di testa li abbiamo subiti perché c'è differenza di centimetri con gli attaccanti del Werder» la spiegazione, forse troppo semplicistica di Ancelotti (ma allora perché Tassotti, Baresi, Costacurta e Maldini, non proprio giganti, non hanno mai avuto problemi nei duelli in quota?). Thiago Silva più un altro, al momento, sembra un mercato di piccolo cabotaggio se poi non si sciolgono altri nodi (conviene tenere ancora Sheva? E questo Kaladze che affidamento offre?, Emerson è ancora utile?, Dida va tenuto con quello stipendio?) e se nel frattempo non si tessesse la tela per rinnovare il contratto a Favalli, 37 anni compiuti a gennaio, prezioso il suo mestiere per carità.
Allora il nodo di fondo resta un altro e forse conviene affrontarlo in modo trasparente. Il Milan ha vissuto l'epoca delle vacche grasse, robusti finanziamenti per costruire lo squadrone capace di vincere tutto, in Italia, in Europa e nel mondo, da ventitré anni con qualche indispensabile sosta. Ai bei tempi, con Boban infortunato in un derby, Galliani mise a disposizione di Capello Desailly, con Van Basten ancora in salute, portò a Milanello JP Papin, Pallone d'oro. Quella stagione del Milan è da considerare conclusa, definitivamente. Da qualche anno l'azionista Fininvest continua a reclamare l'autosufficienza del club: ai costi bisognerebbe provvedere con i ricavi, senza chiedere assegni annuali a copertura del disavanzo. E invece nonostante gli sforzi degli uffici commerciali, per pagare l'organico pieno di stelle, c'è sempre bisogno di Silvio Berlusconi. Perciò qualche mese fa, l'offerta del Manchester City per Kakà provocò la decisione, storica, di aprire la trattativa, poi saltata. Perciò alla richiesta di negoziare quote di minoranza del club da parte dello sceicco Mansour, la risposta fu l'apertura di un tavolo, saltato (ma forse non irrimediabilmente) a causa della fuga di notizie. Senza un intervento esterno al fianco dell'azionista, il destino è quello degli ultimi anni: o la società riesce a mantenersi da sola, ed è dura rincorrere l'Inter nelle cui casse Massimo Moratti versa centinaia di milioni l'anno, oppure bisognerà pensare a un netto ridimensionamento di spese ed ambizioni. Che non necessariamente deve passare attraverso la cessione di Kakà, può esprimersi con una secca riduzione della rosa. Perciò Galliani ha perso il sonno dinanzi all'idea che il Milan possa arrivare fuori dalla zona Champions.