Rifondazione comunista non digerisce il «gran rifiuto» del cattolico Colombo

Non va proprio giù, ai vertici savonesi di Rifondazione comunista, che Massimo Colombo, fino a ieri dirigente e membro del collegio ligure di garanzia, del comitato politico federale e del direttivo del circolo di Albenga, se ne sia andato dal partito sbattendo la porta. E con che motivazione: «I Dico proprio no, da cattolico praticante non li accetto» ha dichiarato pubblicamente, al momento di restituire la tessera. E ha aggiunto: «Sui diritti dei conviventi, di cui si sta discutendo in parlamento, preferisco seguire la linea dettata dal Papa». Un boccone particolarmente indigesto (di cui abbiamo ampiamente riferito ieri su queste pagine), impossibile da digerire per i dirigenti del partito di Bertinotti, soprattutto di questi tempi in cui la direzione dei siluri è univoca: alzo zero contro il Vaticano e i politici che condividono, non solo per convinzione religiosa, le critiche del Sommo Pontefice ai progetti di legge favorevoli alle coppie di fatto. Si fa sentire subito, dunque, la reazione ufficiale dei responsabili locali di Rifondazione. Con toni particolarmente aspri, indicativi del solco scavato dal gesto di Colombo: «Diceva Andy Warhol che quindici minuti di celebrità non si negano a nessuno - attacca il segretario del partito, Marco Ravera -. Di minuti di celebrità l’ex iscritto Massimo Colombo ne ha avuto immeritatamente di più». La nota prosegue in linea, e parla di «atteggiamento non certo corretto nei confronti del partito che lo ha ospitato per alcuni anni», in quanto Colombo «si è dimesso sostanzialmente attraverso i media, e non come sarebbe stato più rispettoso e corretto» rivolgendosi «al diretto interessato». Anche la qualifica di dirigente sembra troppo: «Lui non era e non è mai stato - tuona Ravera - un importante dirigente di Rifondazione comunista. Era poco più di un iscritto, il collegio regionale di garanzia si occupa principalmente di bilancio e di rispetto dello statuto, ma non è un organo che fornisce un orientamento politico al partito o si esprime su questioni politiche».
Ma, spiega ancora il segretario del Prc di Savona, Colombo era «un militante ambizioso più volte mi ha chiesto di candidarlo in una località del ponente savonese. Un militante in cerca di spazio e visibilità». Insomma: a giudizio di Ravera, lui avrebbe potuto discutere di Dico e Pacs «nel partito, mentre ha preferito leggere il suo nome sul giornale». Peccato mortele, evidentemente, visto che «queste posizioni recarono un danno al partito ed erano, e sono, inconciliabili con lo stesso. Nonostante questo, Colombo - precisa Ravera - non fu assolutamente allontanato da Rifondazione, gli si chiese cortesemente, anche se con fermezza, di limitare le sue sortite e soprattutto di non firmarsi come rappresentante di Rifondazione comunista».
Tutto inutile, evidentemente: «Le posizioni di Colombo - insiste ancora il segretario savonese del suo ex partito - sono inconciliabili con quelle espresse in ogni sede dal Prc e hanno creato comunque scalpore». È vero che in Rifondazione «convivono cattolici, valdesi, musulmani e a nessuno di loro è preclusa la possibilità di esprimersi, ma Colombo - conclude deciso Ravera - si colloca non tra le file del cattolicesimo democratico, ma dell’integralismo cattolico. Purtroppo Colombo aveva sbagliato partito».