Rifondazione esclude il candidato che difende i kamikaze di Nassirya

Bertinotti, furibondo, si adegua alle esigenze della coalizione e toglie Ferrando dalle liste. Ammonito Caruso: deve moderarsi

da Roma

Anche se Marco Ferrando ritiene di essere caduto in una trappola ordita dai poteri forti ai danni di Rifondazione, anche se il chiarimento telefonico avuto ieri mattina con Fausto Bertinotti è stato «una merce pesante in una confezione leggera e cortese» (Ferrando dixit), la segreteria rifondatrice deciderà venerdì di ritirare il candidato della minoranza trotzskista. Non sono bastate le accorate parole di difesa di Ferrando a placare l’ira di Bertinotti (che ieri a Strasburgo ha avuto un lungo colloquio con D’Alema) per le posizioni espresse dal professore trotzskista sulla strage di Nassirya, su Israele e l’opposizione alla scelta ghandiana della «non violenza». «La posizione di Ferrando, per me inaccettabile, ci riporterebbe indietro rispetto al processo che Rifondazione ha avviato...», aveva fatto sapere un furibondo Bertinotti. Seguito da Franco Giordano, Alfonso Gianni, Gennaro Migliore e altri dirigenti di Prc.
Ma già l’altro ieri sera il leader rifondatore aveva voluto tranquillizzare il leader dell’Unione, Romano Prodi, con il quale già non mancavano motivi di dissenso, tipo Tav o Pacs, perché persino il caso del candidato trotzskista si aggiungesse a turbare il quadro. Così ieri mattina Prodi ha definito «folli e incoscienti» le parole di Ferrando, specificando che «anche Bertinotti ha reagito in modo durissimo». In realtà il leader rifondatore aveva già annunciato durante l’ultima direzione di Prc che questo resta un momento delicato, nel quale «il partito è sotto tiro». Ragione per cui nei giorni scorsi si è raccomandato a tutti i candidati di evitare certa sovraesposizione mediatica. In particolare, il no global Caruso è stato invitato a moderare la sua verve un po’ giovanile e un po’ disobbediente. Nessuno, però, pensava che nella stessa esuberanza assertiva potesse incorrere un navigato dirigente di partito come Ferrando.
Dopo la reprimenda pubblica di Bertinotti, ieri è toccato al responsabile organizzativo Ciccio Ferrara chiudere la porta alla candidatura Ferrando, per il quale potrebbe aprirsi persino un provvedimento disciplinare di espulsione dal partito (ma pare che lo stesso Bertinotti sia contrario). «Si è infranto il rapporto fiduciario, cui sono tenuti anche i candidati della minoranza, a prescindere dalle loro legittime opinioni», spiega Ferrara. La segreteria ieri ha avviato una consultazione telefonica tra i componenti del Comitato politico, «non essendoci più i tempi per riconvocare il Cp in piena campagna elettorale». Molte le firme alla richiesta di revoca. «Confortati dalla maggioranza del Comitato politico - aggiunge Ferrara - venerdì si dovrebbe formalizzare la revoca della sua candidatura e la sostituzione, in Abruzzo, con un altro dei sessanta già candidati altrove».
Ovviamente Ferrando non ci sta. E dopo la bocciatura di candidature alternative (in primis quella del suo «vice», Franco Grisolia), il professore trotzskista ha annunciato battaglia. Accanto a lui si sono schierate le altre componenti di minoranza, a cominciare dagli ex cossuttiani di Claudio Grassi. «Non è corretto revocare una candidatura per telefono o per via epistolare e comunque l’area di Ferrando merita una rappresentanza in Parlamento». Dello stesso avviso sono altri esponenti di minoranza, Salvatore Cannavò e Gigi Malabarba: «Pur non condividendo alcune delle affermazioni di Ferrando, fatte a nome del 6,5% del partito e non del 41%, non ci sembra che l’espressione di opinioni politiche personali possa essere incompatibile con la presenza in lista».